La crisi culturale precede la crisi della politica… Scaviamo nel passato

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Già, i problemi arrivano da lontano. Quante volte ci interroghiamo sulla crisi che ha coinvolto sia il sistema politico, sia il sistema valoriale del tessuto sociale? Che cosa sfugge nelle nostre analisi? E’ possibile invertire la rotta e mutare prassi consolidate nel tempo che trovano terreno fertile ancora oggi? A tali semplici domande verrebbe spontaneo rispondere che la crisi che ha investito la “politica” ha radici profonde che affondano in una vera e propria crisi culturale.

E’ una crisi che porta in sé problemi e contraddizioni che il nostro Paese ha ereditato dalla sua storia e che non sembra abbiano ancora trovato una soluzione. La mancanza di senso dello Stato; il forte individualismo; la logica particolaristica volta al perseguimento dell’interesse personale; il familismo; i dualismi ecc… Queste sono alcune delle problematiche con cui, ancora oggi, ci confrontiamo e scontriamo; questi i fenomeni di cui la società italiana è spesso vittima, talvolta senza nemmeno averne una reale coscienza, intesa come condizione necessaria e preliminare per un “rinnovamento culturale” e per arrivare ad una nuova “condizione antropologica” che si faccia portatrice di una domanda di valorizzazione del nostro patrimonio culturale e delle differenze che caratterizzano il Paese.

Molto sommariamente, i fenomeni sopra elencati costituiscono una sorta di matrice culturale, spesso espressa sotto forma residuale, di comportamenti e scelte, nei quali l’interazione con particolari dinamiche economiche è evidente. Come è noto, la ricerca di consenso politico o del mantenimento di questo si caratterizza, talvolta, attraverso scelte di politica economica che privilegiano determinati gruppi o settori economici, sovente creando ricchezza solo per alcuni ed aumentando così le disuguaglianze; evasione fiscale, mercato politico-assistenziale si insinuano in quelle pratiche che legittimano comportamenti scarsamente corresponsabili, solo per fare alcuni esempi. Alcune matrici culturali hanno portato, da un lato, a quella che spesso è stata definita “cultura della separatezza”, derivante dalla frattura tra Nord e Sud, tra campagna e città, tra Stato e Chiesa, tra culture sistemiche e antisistemiche; dall’altro, alla presenza di grosse risorse di identità, la tradizione cattolica prima fra tutte, e alla persistenza del familismo. Non è difficile individuare, attraverso la lettura di documenti popolari e letterari, questa tendenza alla non responsabilità.

Questa tendenza si esprime in modo sufficientemente chiaro sin dall’età comunale, quando inizia a delinearsi una mentalità che manifesta in modo significativo il privilegiare l’interesse privato a scapito dell’utilità pubblica. Gran parte degli studi effettuati su questo argomento (dai primi studi antropologici-culturali di Turiello, il quale osservava nella società italiana la “ripugnanza alla concordia e a cooperare come elementi di una tradizionale asocialità”; di Villari, il quale osservava: “si sente troppo l’io e troppo poco il Noi. Riusciamo assai bene in tutto quello che richiede iniziativa privata, energia individuale; assai peggio dove si richiede l’energia riunita di molti, per un fine non personale, ma comune”; fino a quelli più recenti di Galasso, Tullio-Altan, Le Goff) è concorde nel ritenere che la suddetta mentalità assume forme più precise quando si creano le condizioni di profondo mutamento nella società medioevale:

-          nuovi modi di svolgere l’attività produttiva che danno vita all’accumulazione originaria di capitale mobile, fatto del tutto nuovo nella storia dell’epoca;

-          intensificarsi degli scambi, ciò che favorisce la rottura dell’isolamento economico e politico;

-          tentativi di autonomia dalla Chiesa, sia da un punto di vista politico, sia da un punto di vista culturale, da parte dei Comuni prima e delle Signorie e dei Principati in seguito.

Gli studiosi sono ugualmente concordi nell’affermare che a queste premesse di cambiamento corrisponde il “non coinvolgimento delle masse”, marginali a tutti gli effetti. Dal punto di vista economico, il mondo rurale rimane infatti territorio coloniale da sfruttare a vantaggio dei centri urbani. Da un punto di vista politico-istituzionale, il ceto più abbiente occupa e manovra posizioni di potere attraverso le quali tutela un interesse unico, di ceto (o di “classe” come si sarebbe detto in seguito…). Da un punto di vista culturale, tutti i processi di rinnovamento rimangono elitari, esclusivi. Ciò non significa che i valori delle élites fossero estremamente diversi da quelli delle masse stesse: lo sviluppo del particolarismo e la diffusione di fenomeni di “arretratezza socioculturale” (familismo, disinteresse politico, conservatorismo, qualunquismo autoritario…) hanno attraversato per intero la società (anche se i documenti storici a nostra disposizione riguardano e fanno riferimento, nella maggior parte dei casi, al ceto privilegiato).

A sostegno di tale tesi si fa spesso uso dei proverbi e dei detti popolari di cui la nostra tradizione è assai ricca e li si confronta con opere significative, come ad esempio “I libri della famiglia” di Leon Battista Alberti, che forniscono una chiave di lettura assai chiara per comprendere la gerarchia di valori condivisi da una parte del tessuto sociale. Al primo posto egli menziona la famiglia, descritta come una “microsocietà” in quanto principale centro di socialità, un nucleo chiuso non affettivamente connotato. La famiglia è seguita da quella che oggi definiamo “azienda”, intesa come centro di interessi. In subordine, vengono gli amici e i “clienti”: “Da natura l’amore, la pietà a me fa più cara la famiglia che cosa alcuna” – dice Giannozzo, il personaggio più anziano dell’opera di Alberti – “e per reggere la famiglia si cerca la roba; e per conservare la famiglia e la roba si vogliono amici, co’ quali ti consigli, i quali t’aiutino sostenere e fuggire avverse fortune; e per avere con gli amici frutto della roba, della famiglia e della amicizia, si conviene ottenere qualche onestanza e onorata autorità” (Alberti L.B., I libri della famiglia, pag. 226, Torino, Einaudi, 1972).

La centralità della famiglia si può riscontrare in numerosi detti: “i parenti sono parenti e gli estranei sempre estranei”, “prima quelli di dentro e poi quelli di fuori”, dicono i proverbi siciliani (proverbi che esprimono peraltro gli stessi concetti di proverbi simili di altre regioni). Nella famiglia si produce identità e senso di appartenenza; vengono distribuiti ruoli, viene fissata la gerarchia sociale e viene adottato un codice di comportamento. In quanto valore primario, la famiglia è creatrice essa stessa di altri valori; è il luogo dove la realizzazione personale è possibile e legittimata, dove si intrecciano rapporti economici e favori, dove si attuano gli scambi. In sostanza è il luogo della sopravvivenza.

La propria vita quindi non è immaginabile al di fuori del nucleo familiare. Proprio per questo motivo, l’individuo sviluppa un senso di responsabilità tutto interno a questa “microsocietà”. Il senso di solitudine viene ovviato dal senso di appartenenza ad una aggregazione di individui che abbandonati a questa medesima condizione solidarizzano per sopravvivere. Fuori dalla famiglia è il luogo della non possibilità. La sopravvivenza diventa difficile, l’individuo non viene riconosciuto: è visto come uno straniero, un mendicante, un avventuriero.

La partecipazione alla vita pubblica non è una necessità: lo diventa se può arrecare vantaggio alla famiglia-azienda in base quindi ad una concezione rigidamente utilitaristica: “Eccoti sedere in ufficio. Che n’hai tu d’utile se none uno solo: potere rubare e sforzare con qualche licenza?” – afferma ancora Giannozzo, proseguendo poi – “Tanto siamo quasi da natura tutti proclivi e inclinati all’utile, che per trarre altrui e conservare noi, dotti credo dalla natura, sappiamo e simulare benevolenza, e fuggire amicizia quando ci attaglia” (Alberti, op. cit., pag. 345).

Doveri civili e senso di responsabilità vengono quindi accantonati per lasciar spazio al privato, al “particulare”, alla subordinazione intesa come accettazione del dominio come di un fatto naturale: “bisogna andare secondo il vento” (Pitrè G., Proverbi siciliani, raccolti e confrontati con quelli degli altri dialetti d’Italia, vol. 3, pag. 247, Bologna, Forni, 1981), “l’ubbidienza è il seme della virtù” (Pitrè, op. cit., pag. 248), e ad un immobilismo fatalistico e rassegnato di derivazione cattolica: “accontentiamoci di questo re, che quello da venire non si sa com’è” (Pitrè, op. cit., pag. 306).

La politica si caratterizza per il prevalere di gruppi o fazioni che tendono ad eliminarsi fisicamente senza cercare un equilibrio nel quale convivere. Favori, corruzione e sistema clientelare diventano colonne portanti del sistema politico. Per mantenere e riprodurre un tale sistema, i signori che governano riescono a farsi concedere dai reggenti o dal Papa un titolo nobiliare, cosicché le casate diventano vere e proprie dinastie, nelle quali il potere si trasmette di padre in figlio.

Nonostante il progresso offerto dal mondo umanistico-rinascimentale, andrà così completandosi lo sviluppo di una società chiusa nei suoi particolarismi, caratterizzata da una struttura gerarchica in cui è dominante il potere di “classe” dinastico. In tal senso, la mentalità proto-capitalistica dell’età comunale e signorile (che non associa la razionalità del comportamento economico con le esigenze di una vita sociale più coesa e corresponsabile) si coniuga con l’incapacità di riunirsi sotto un potere unitario che porti alla formazione di uno Stato moderno e con una cultura che abbia in sé il senso dello Stato (sebbene questo sia dipeso storicamente anche dalla presenza del dominio temporale della Chiesa di Roma).
Questo lo vedremo però nel prossimo articolo…

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L'Autore

Laureata in Scienze Politiche - presso l'Università degli Studi di Milano. Specializzata in diritto del lavoro. E' stata responsabile delle risorse umane ed attualmente si occupa di lavoro in tutti i suoi aspetti, svolgendo attività libero professionale, come titolare di Studio di consulenza del lavoro e aziendale. Nel 2012 è stata eletta nell'Ufficio di Presidenza della Consulta degli Ordini, Collegi e Associazioni professionali della Regione Lombardia. Per il PD ha coordinato il "Gruppo di idee e progetto: Lavoro e Impresa" per l'area metropolitana milanese e il tavolo "Nuovo Sviluppo economico" delle "Officine" per il programma del Sindaco Pisapia. Dal 2009 è stata membro della Segreteria Regionale del Partito Democratico lombardo, con delega: "Lavoro e Professioni". Attualmente è membro della segreteria del Partito Democratico dell'area metropolitana milanese con delega: "Formazione e Diffusione sul territorio".

1 commento

  1. Francesco Francioso on

    Concordo Laura, mi capita spesso di condividere queste riflessioni sul carattere degli italiani determinatosi nei secoli di storia. Come esempio io cito sempre il fatto che le regioni ben amministrate sono anche quelle che lo erano storicamente. Un esempio fra i tanti, la buona amministrazione delle regioni rosse (Emilia e Toscana) deriva oltre ovviamente dalla competenza delle giunte recenti, anche, non a caso, dal fatto che regni quali il Granducato di Toscana, gli Estensi, ecc. hanno lasciato a quei territori un’eredità positiva. E’ giusto riconoscere il peso di questa variabile nelle analisi sul contemporaneo, ma è bene non attribuirgli neanche un peso eccessivo pena l’irrilevanza stessa dell’azione politica che altrimenti rischierebbe di essere inevitabilmente schiacciata dal peso della rassegnazione: “è sempre stato così e sempre così sarà..”. Penso anche, ma ne parleremo semmai al tuo prossimo articolo, che in un ruolo importante nei nostri (mal) costumi politici l’abbia giocato la politica di costruzione del consenso della DC, negli anni 50-70, soprattutto al Sud ma non solo.

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