Job Act: l’occasione e la sfiducia

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Ci sono vari elementi nella discussione sulla riforma del lavoro che richiedono un chiarimento preliminare, soprattutto se si vuole discutere di questo tema con serietà, lasciando da parte, almeno in questo ambito che tocca nel profondo la vita delle persone, gli slogan vuoti e ripetuti ossessivamente a memoria.

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Prima di tutto l’oggetto del dibattito, anche alla luce di una Direzione Nazionale del PD che nonostante l’esito plebiscitario non ha chiarito molti aspetti cruciali, deve essere la “legge delega”, uno strumento parlamentare che delega, appunto, il Governo a legiferare su un determinato tema. La legge delega dovrebbe conferire un mandato chiaro, e oggi questa chiarezza manca.
L’impostazione di fondo del Job Act, come hanno spiegato il ministro Poletti, il vice ministro Morando e il Premier Renzi, è quella di spostare le tutele dal “posto di lavoro” alla “persona”, al lavoratore, perché, effettivamente, nel mercato del lavoro del nuovo millennio il modello di riferimento non è più, come negli anni Sessanta, Settanta e Ottanta, il posto fisso a tempo indeterminato in fabbrica. Questo non significa pensare che il nostro mercato del lavoro sia migliore di quello della generazione dei nostri padri, ma prendere atto di un cambiamento che è stato favorito da molteplici fattori, tra i quali dobbiamo annoverare, insieme alla globalizzazione finanziaria, anche precedenti riforme interne, volute dal Centrosinistra, che hanno precarizzato e rovinato la vita a milioni di persone.

Tuttavia, e qui arriva il primo nodo della questione, nel momento in cui noi ci collochiamo in questa linea di pensiero dobbiamo essere assolutamente consapevoli della scelta che stiamo operando. Stiamo infatti accogliendo l’idea che l’azione dello Stato nei confronti del nostro sistema produttivo sia irrimediabilmente compromessa e smantellata, e quindi focalizziamo attenzioni e risorse non sullo stimolo alla creazione di nuovi posti di lavoro tramite investimenti e stimoli per la ricerca e lo sviluppo, ma alla formazione, tutela e riqualificazione del lavoratore e di chi il lavoro lo ha perduto, giovani e non. Questa, è bene rimarcarlo, non è una scelta che possa consentire un risparmio e un taglio alla spesa pubblica: tutti gli strumenti di tutela e formazione (il modello tedesco, per intenderci) sono ammortizzatori sociali costosissimi che devono essere adeguatamente finanziati, e sarebbe necessario che questa richiesta di certezze in materia di finanziamento fosse presente già nella legge delega.

Un altro elemento che non può essere messo in ombra è la necessità di sostituire, e non di giustapporre, la proposta del contratto a tutele crescenti a tutte le altre forme contrattuali a tempo determinato che oggi strangolano una generazione di nuovi sottoproletari, quasi sempre giovani e giovanissimi. Altrimenti non cambierà assolutamente niente, e anche su questo punto la legge delega nella sua articolazione attuale non garantisce alcuna certezza.

L’articolo 18 è uno degli elementi centrali del dibattito, ma se vogliamo assumere il punto di vista di chi non è protetto da questo strumento e non ritiene di poterne mai usufruire (parliamo quindi di milioni di giovani nel mercato di lavoro italiano) bisogna poter affrontare il tema cambiando il punto focale argomentativo. I casi di discriminazione nel mondo del lavoro sono infiniti, e il reintegro per chi viene licenziato per cause discriminatorie è attualmente un diritto inesigibile in quanto tale, perché la prova della discriminazione è a carico del licenziato e il datore di lavoro raramente è così poco furbo da lasciare tracce di questa discriminazione. L’articolo 18, che estende la tutela prevedendo più generalmente il reintegro per licenziamento senza giusta causa, copre attualmente la casistica della discriminazione. Se si vuole seriamente affrontare il tema del superamento dell’articolo 18, la legge delega deve prevedere norme molto chiare e precise per rendere esigibile il diritto al reintegro nei casi di discriminazione. E’ una questione di civiltà, di dignità e quindi di tutela delle persone, rimanendo così nel rispetto dell’impostazione di fondo della riforma. La polemica con i sindacati è sterile e dannosa, ed è positivo che Renzi in Direzione Nazionale abbia riaperto le porte di Palazzo Chigi alle Confederazioni, è una polemica che sposta l’attenzione dell’opinione pubblica dal merito della questione, che invece è da ricercare nero su bianco nel testo della legge delega da un lato e nelle parole del Presidente del Consiglio e dei suoi consiglieri (Filippo Taddei, per esempio) dall’altro, che parlano di cifre veramente irrisorie per i nuovi ammortizzatori: un miliardo e mezzo, e ha perfettamente ragione Massimo D’Alema quando sostiene che ne occorrono come minimo dieci volte tanto.

In conclusione, questa delega è un grande occasione per dare finalmente delle risposte ai milioni di lavoratori che vivono oggi in condizioni servili (come non pensare agli stage non retribuiti o appena retribuiti? Alle partite Iva senza garanzia alcuna?), ma per farlo è necessario essere animati da una volontà riformatrice progressista, che desideri estendere diritti e tutele a chi ne è sprovvisto ed è stato spinto ai livelli più bassi della gerarchia sociale da scelte che, è bene ricordarlo, sono state fatte in passato anche dal Centrosinistra. L’idea di poter procedere a costo zero va nella direzione opposta, perché crea strumenti inutilizzabili, e porta con sé una profonda sfiducia nei confronti dell’azione del Governo e del PD, e non è pensabile che si possa commettere ancora una volta l’errore dalla portata così formidabile di creare nuovo e ulteriore precariato. La sfiducia, che è diffusa e radicata nell’opinione pubblica a prescindere dal 40% delle elezioni Europee, può essere invece sconfitta assumendo un punto di vista differente dalla vulgata neoliberale degli ultimi venti o trent’anni tutta tesa a santificare il ruolo dell’imprenditoria senza porsi concretamente il tema della discriminazione delle persone sui posti di lavoro e la mancanza di diritti, tutele e garanzie per chi un lavoro non lo trova, per chi lo trova ed è sottopagato e per chi lo perde. L’esito della Direzione Nazionale, purtroppo, non chiarifica affatto quale strada si apra davanti al PD e al Governo del Paese in materia di lavoro.

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L'Autore

26 anni, milanese, è laureato in storia contemporanea presso l'Università degli Studi di Milano. Nel corso degli studi ha approfondito in particolare la storia del socialismo italiano. Membro della direzione regionale lombarda del Partito Democratico, fa parte del gruppo di giovani ricercatori della FEPS (la fondazione di studi del PSE) e collabora con riviste e blog di analisi politica tra cui Pandora e Left Wing. Su twitter: @angeloturco1988

1 commento

  1. La decisione di rinunciare all’articolo 18, anche se non si sa bene cosa vuol dire, ci viene chiesta dall’Europa della Merkel come atto simbolico per dimostrare che siamo pronti ad accettare le regole che ci vengono dettate; in primo luogo le ‘riforme strutturali’ secondo cui bisogna tagliare la spesa sanitaria e pensionistica oltre a puntare sulla ripresa economica favorendo la libertà di impresa a danno dei diritti dei lavoratori.
    In cambio, forse, l’Europa della Merkel ci darà la necessaria flessibilità di bilancio per effettuare gli investimenti necessari a rilanciare l’economia.
    E’ una scommessa che Renzi ha deciso, da solo, di accettare. E’ un programma di destra che con un po’ di fortuna potrebbe anche funzionare; in fondo l’economia americana è ripartita e le pressioni internazionali per interrompere la politica di austerity dell’Europa sono sempre più forti.
    Non capisco perché un programma di destra lo debba fare il PD.
    Non capisco neanche perché dovremmo votarlo (ai nuovi ammortizzatori sociali per tutti non ci crede nessuno).
    Il PD dovrebbe fare un programma di sinistra moderno e alternativo. Un ottimo programma mi sembra quello de ‘Il prezzo della disuguaglianza’ di Stiglitz. E’ un libro pieno di idee su come invertire il processo che aumenta la disuguaglianza e su come dare i giusti incentivi a chi realmente crea ricchezza per l’intera nazione, a cominciare dai lavoratori.
    E’ inutile partecipare ad avventuristici riti di iniziazione (l’abolizione dell’art.18) per entrare nelle grazie dell’alta finanza europea. Lasciamo queste cose alla destra. Ho capito che la destra non è più attiva e Renzi pensa di giocare a Risiko conquistando territori in quell’area.
    Meglio lasciare che Renzi si proponga come leader del centro-destra e che la parte migliore del PD crei un nuovo partito con le idee più chiare.

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