Jobs Act: perché si parla solo di articolo 18

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La discussione sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, come avviene spesso nel dibattito pubblico in Italia, sembra fatta apposta per evitare di informare correttamente il grande pubblico sui veri temi della questione.

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Mediaticamente questa discussione funziona bene, perché rispetta lo stereotipo classico del trash giornalistico/televisivo: ci sono i buoni, Matteo Renzi e gli imprenditori e i cattivi, il sindacato, la minoranza PD e i lavoratori garantiti. La trama del reality show è la seguente: se si vogliono migliorare le condizioni dei tanti lavoratori precari che non hanno diritti, né tutele, bisogna eliminare il “privilegio”, l’articolo 18 appunto, di cui godono i lavoratori “anziani”. Un ulteriore corollario di questa tesi è che l’eliminazione di quest’ultimo consentirà finalmente agli imprenditori di fare quelle assunzioni con contratto a tempo indeterminato che fino ad oggi non hanno potuto fare. Su questo tormentone si costruiscono dibattiti televisivi e si fanno sondaggi nei quali le risposte degli intervistati sono opportunamente guidate dalle domande somministrate.
Il dato vero è che la gran parte delle persone non sanno neanche cosa sia l’articolo 18 e a quale legge faccia riferimento. Il Presidente del Consiglio conosce e usa con grande sapienza la comunicazione; in questo caso è riuscito, ancora una volta, a creare la classica situazione, nella quale si trova perfettamente a proprio agio, in cui Lui, il cavaliere senza macchia e senza paura, si batte contro coloro che vogliono ostacolare il corso delle riforme. Lui conferma al popolo (e ai mercati internazionali) che andrà avanti e non si farà fermare da nessuno.
Il tema, in realtà, è molto più ampio e complesso e meriterebbe una discussione ben più approfondita. Certamente ridurre la discussione solo all’articolo 18 è estremamente riduttivo, fa un torto all’impianto complessivo del jobs act che pure contiene molti aspetti interessanti. Tuttavia ciò che più mi ha colpito in questo dibattito è la veemenza usata dal presidente del consiglio, nonché segretario del partito democratico, nei confronti dei lavoratori “garantiti” e del sindacato. Non ho avvertito la stessa enfasi e denuncia nei confronti dei tanti imprenditori che evadono le tasse, che licenziano illegittimamente i lavoratori o che li usano come merce annullando la loro dignità umana. Stupisce, inoltre, che il segretario di un partito aderente al PSE possa assumere una posizione tanto neutrale nel conflitto capitale-lavoro, dimenticando che la grande conquista dello Statuto dei Lavoratori consisteva proprio nel tentativo di riconoscere diritti ( e dignità alla persona) al lavoratore nella consapevolezza della forte disuguaglianza di potere all’interno dell’azienda.
Trovo, infine, difficile da dimostrare la tesi secondo la quale l’abolizione dell’articolo 18 dovrebbe automaticamente produrre un aumento dell’occupazione e un miglioramento delle condizioni e dei diritti di tutti i lavoratori. Credo che questa discussione serva unicamente a lanciare segnali alla Merkel e ai mercati internazionali sulla determinazione del paese a fare le riforme.

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L'Autore

Laurea in Scienze Politiche.
Project manager in grande azienda di servizi.
Componente Direzione Metropolitana PD. Coordinatore PD di zona 3, già Segretario Circolo 15 Martiri.

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