Procedure per il Jobs act: una questione di metodo

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In questi giorni scorrono fiumi di parole e di inchiostro sulle questioni legate al cd. JOBS ACT. Annunci, proclami, progetti, scenari…una sorta di rappresentazione teatral-onirica che occupa, inoltre, il palinsesto televisivo in un ossessivo rincorrersi di affermazioni, smentite, “accumuli di nebbia e schiarite”.

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Più che considerazioni di merito, tuttavia, vorrei fare una considerazione di metodo.Non perché il merito sia meno importante, anzi, ma perché di questo si è detto e si sta dicendo in maniera assai diffusa. Il punto e’: stiamo parlando della richiesta di approvare una Legge Delega al Governo per rivoluzionare completamente la nostra legislazione sul lavoro. Una Legge Delega, mi verrebbe da dire, volutamente lasciata in bianco per larghi tratti e che dipinge per sommi capi un disegno di riforma i cui contenuti  sono tuttora incerti.

Non vorrei per forza fare appello alla Carta Costituzionale, la fonte normativa primaria originata da quel patto sociale che fonda le democrazie moderne, ma, a parte i dubbi di legittimità del testo varato dal Consiglio dei Ministri in relazione ai limiti posti dall’art. 76 della Costituzione, mi viene da chiedere: se l’art. 1 della nostra Costituzione stabilisce che la Repubblica Italiana e’ fondata sul lavoro, e’ legittimo che un Governo (un qualsiasi Governo, anche il migliore che ci sia) sottragga quasi completamente al dibattito parlamentare un tema di così rilevante portata?

In altri termini, come può un potere Esecutivo arrogarsi il diritto di scavalcare i rappresentanti dei cittadini per decidere di riformare integralmente (e ancora non è chiaro come) uno dei fondamentali pilastri della vita delle persone? Parliamo, infatti, del Lavoro. E come può un Esecutivo minacciare addirittura di porre la fiducia su una Legge Delega del genere?

Siamo di fronte a una deriva autoritaria di intollerabile portata? O siamo giunti, nostro malgrado, a dover soccombere di fronte a quei cambiamenti del mondo globalizzato che gli attuali governanti sembrano dover attuare ad ogni costo e con qualsiasi modalità? Qualsiasi sia la risposta occorrerà riconsiderare, con urgenza, il dibattito sui rischi che corre il nostro ordinamento democratico.

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L'Autore

Laureata in Scienze Politiche - presso l'Università degli Studi di Milano. Specializzata in diritto del lavoro. E' stata responsabile delle risorse umane ed attualmente si occupa di lavoro in tutti i suoi aspetti, svolgendo attività libero professionale, come titolare di Studio di consulenza del lavoro e aziendale. Nel 2012 è stata eletta nell'Ufficio di Presidenza della Consulta degli Ordini, Collegi e Associazioni professionali della Regione Lombardia. Per il PD ha coordinato il "Gruppo di idee e progetto: Lavoro e Impresa" per l'area metropolitana milanese e il tavolo "Nuovo Sviluppo economico" delle "Officine" per il programma del Sindaco Pisapia. Dal 2009 al 2013 è stata membro della Segreteria Regionale del Partito Democratico lombardo, con delega: "Lavoro e Professioni". Nel 2014 è stata membro della segreteria del Partito Democratico dell'area metropolitana milanese con delega: "Formazione e Diffusione sul territorio. Dal 2015 è membro della Segreteria del PD dell'area metropolitana milanese con delega: "Professioni e Organizzazioni rappresentative".

1 commento

  1. Paolo Zinna on

    Il Presidente del Consiglio ha una visione della democrazia molto “americana”: rapporto diretto fra il personaggio leader e il “pubblico”, indebolimento di tutti i corpi intermedi, evanescenza del partito. In quest’ottica il confronto è soltanto un fastidioso impiccio, i dissenzienti “conservatori rimasti al ‘900”, gli oppositori “gufi” per interessi personali. Parti sociali, sindacati, gli stessi parlamentari non dovrebbero aver più nulla da dire. Non ci deve stupire quindi il metodo applicato per il Jobs Act. Ma il PdC non dovrà offendersi, se diremo che somiglia molto al metodo di Berlusconi.

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