Riforma del lavoro – non può essere la medicina giusta per la ripresa

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Armando Rinaldi di ATDAL Over 40

ATDAL è una importante associazione di tutela per gli adulti in difficoltà di lavoro.

Oil refinery

Nel mezzo del duro e deprimente scontro sul jobs act, con particolare riferimento al futuro dell’art. 18 e all’allargamento della flessibilità sul lavoro, giunge il rapporto OCSE che ci dice che il lavoro in Italia è molto più flessibile e meno tutelato che in altri paesi europei tra i quali  la Germania e la Francia.
Dal piccolo osservatorio di un’associazione (Atdal Over40) che, con spirito di puro volontariato, da oltre 12 anni si occupa di chi perde il lavoro in età “matura”, devo dire che non sentivamo la mancanza di un aiuto dell’OCSE per rafforzare convinzioni che ci derivano dal contatto quotidiano e continuo con tanti senza lavoro, senza reddito, senza pensione e senza speranza: disereche si trovano in questa condizione, licenziati nonostante l’esistenza dell’art. 18 e impossibilitati a ricollocarsi perché discriminati a causa dell’età, pur  in un mercato del lavoro che conta su oltre 40 forme di contratti flessibili a disposizione di chi li utilizza come gli pare sfruttando, sottopagando, negando i diritti elementari a tanti giovani e meno giovani ai quali da anni viene negato il diritto ad un futuro.

Dunque l’OCSE ci dice “guardate che noi abbiamo cannato nel definire il lavoro nel vostro paese troppo ingessato”.  Peccato che l’OCSE, al pari di tanti importanti enti (FMI, WTO, ecc.) ed istituti finanziari internazionali giochino un ruolo fondamentale nell’indirizzare o contrastare le scelte delle Nazioni. Capita che a volte, come in questo caso, le loro analisi risultino errate mentre, quasi sempre, sono rigidamente ancorate ai desiderata dei gruppi di potere internazionali e, quel che più conta, l’effetto dell’applicazione delle loro ricette si traduca in conseguenze drammatiche per milioni di individui in carne ed ossa.

OCSE o non OCSE lo scontro attorno ai contenuti più deprecabili del jobs act prosegue imperterrito, forte delle convinzioni dei proponenti, certi di una verità che pure si scontra da anni con la realtà concreta che tutti noi viviamo. Risale al 1997 la prima riforma (Treu) che introduce i contratti flessibili, alla quale hanno fatto seguito altri interventi da Maroni alla Fornero fino ai più recenti di Poletti. Sono passati quasi 20 anni da quel 1997 e, rincorrendo la flessibilità, abbiamo oggi un 42% di disoccupati giovani e una disoccupazione nazionale teorica attorno al 12,6% che sale oltre il 18% (dati Cnel 2012) se l’Istat si degnasse di computare i 3 milioni di scoraggiati che non cercano più lavoro in quanto certi di non trovarlo.

Da ciò che resta del centro destra arrivano commenti entusiasti e, come d’abitudine  beceri, sulle misure più inique presenti nel jobs act. Ma è da quel che resta del centro sinistra che arriva un sostegno scientifico sorretto da una platea di politici “innovatori”, economisti, giuslavoristi e opinionisti di ogni genere. Che le teorie citate abbiano un fondamento scientifico non vi sono dubbi, peccato che esse appartengano tutte alla scuola dei pensatori neo ed ultra liberisti e che grazie alla loro applicazione su ampia scala, con il contributo determinante dei Governi e della Finanza, ci siamo oggi ritrovati a vivere l’attuale crisi. Credo sia difficilmente confutabile il fatto che le teorie liberiste, anche quelle estreme, abbiano pervaso ormai da anni il Partito Democratico fino a risultare oggi vincenti al suo interno e, con tutta probabilità, talmente consolidate da rendere impossibile un’inversione di tendenza. Ma lo scontro in atto sui temi dell’ennesima riforma del lavoro ha un’indubbia utilità nello spostare l’attenzione del paese rispetto ad altri temi, ben più prioritari sebbene più ardui da affrontare in un panorama politico che non brilla per capacità e creatività.

Negli ultimi 15 anni, abbiamo perso oltre il 25% dell’assetto produttivo del paese, oltre il 95% del sistema produttivo si basa su piccole imprese con una media di 3-4 dipendenti, il PIL è in stato comatoso al pari dei consumi e del potere di acquisto di salari e pensioni. Lasciamo perdere per carità di Patria altri temi quali quelli dell’evasione fiscale, della criminalità, della corruzione, delle tasse e della burocrazia. Logica vorrebbe che ci si ponesse in prima istanza il problema del recupero di un degrado generalizzato attraverso programmi di investimenti sul fronte industriale e sociale tali da garantire il respiro pluriennale necessario a ricostruire le macerie di un paese in agonia. Si parla a più riprese della necessità di rilanciare l’economia enunciando qualche idea sulle energie rinnovabili, l’istruzione, le nuove tecnologie, il turismo. Idee che non trovano mai finalizzazione in progetti di ampio respiro e che, senza basi concrete sulle quali camminare, finiscono per tradursi in slogan propagandistici.

Sarebbe interessante partecipare ad un confronto su altri temi che non quelli del jobs act. Confrontarsi, ad esempio, su quale tipo di ripresa economica abbiamo in mente, su quale utilità può avere un aumento della produttività al fine di produrre quali prodotti da vendere a chi in un mercato europeo che vive una fase di saturazione, sul perché le imprese che hanno delocalizzato in paesi lontani dovrebbero rinunciare ai vantaggi economici che derivano loro dalla scelta di produrre laddove oltre 3 miliardi di persone attendono di poter acquistare i tanti prodotti che abbondano nelle nostre case o, ancora, su come recuperare le migliaia di posti di lavoro che, inevitabilmente, i processi di automazione, che tutti vogliono incentivare, hanno già cancellato e andranno a cancellare in futuro.

Questi temi non riguardano solo all’Italia ma l’intero continente Europeo inclusi quei Paesi che possono contare su un’economia meno disastrata, su un più forte assetto industriale, su una popolazione più istruita, su una burocrazia meno oppressiva. Nel 2010 nell’UE (27 Paesi) l’occupazione (fascia di età 20-65 anni) era al 70,2% mentre il numero dei cittadini poveri raggiungeva i 114 milioni. Il piano “Europa 2020”, varato dalla Commissione Europea nel 2010, poneva l’obiettivo di raggiungere entro il 2020 un livello di occupazione nella stessa fascia di età pari al 75% e di ridurre di 20 milioni il numero dei poveri. Purtroppo nel 2012 l’occupazione 20-65 anni è scesa al 68,4% mentre i poveri sono cresciuti arrivando a 124 milioni (un quarto della popolazione del continente). Oggi la Commissione Europea ha dichiarato irraggiungibili gli obiettivi di “Europa 2020” rimandando alla primavera 2015 la revisione dell’intero programma del 2010.

Come associazione partecipiamo regolarmente a gruppi di esperti del circuito europeo AGE-Platform e possiamo prendere visione di molti documenti ufficiali prodotti dalla Commissione Europea. Difficile trovare in essi, anche a fronte delle recenti proposte di futuri investimenti, idee forti e programmi concreti a sostegno della ricerca, dello sviluppo o, più in generale, del sistema delle imprese del continente. Continua a mancare la piena consapevolezza della situazione nella quale ci troviamo e, soprattutto, mancano idee utili a rovesciare il paradigma di riferimento nonostante l’evidente fallimento delle strade fin qui percorse.

Non mi sento un utopista o tanto meno un visionario se continuo a ritenere che alla sinistra (quella sinistra che continuo e pensare esista nei suoi valori ideali) spetti il compito di individuare un’alternativa credibile che fondi le sue radici nel rispetto dell’essere umano e dei suoi diritti. Per dirla, parafrasando un recente scritto di Rodotà, si tratta di adoperarsi affinché  il cuore dell’Europa e dell’Italia batta per i suoi cittadini e non per il fiscal compact o il pareggio di bilancio.

 

 

 

 

 

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