Visto da dentro l’azienda – Jobs Act e art.18

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Il contratto di lavoro è decisivo per il lavoratore. Ma, ci dicono, anche per l’azienda è un punto critico: la tutela del lavoratore porta rigidità nel mercato, appesantisce i bilanci, scoraggia gli imprenditori esteri dal investire in Italia. Se rimuovessimo le tutele, si creerebbero magicamente molti nuovi posti di lavoro. Ma è vero? Cominciamo dai bilanci.

Operatrice a CN

Dobbiamo accettare che un imprenditore che si trovi ad avere il bilancio appesantito da un eccessivo costo di manodopera possa liberarsene, perché è nella logica del sistema di mercato e poi, se non altro, perché non possiamo voler affondare aziende sane per salvare posti di lavoro eccedenti: distruggeremmo i posti di lavoro veri che pur là ci sono. Per questo, c’è la procedura (dolorosa ma inevitabile) dei licenziamenti collettivi, che in Italia non sono affatto difficili. E i licenziamenti individuali, l’art.18?  Nelle aziende di produzione, l’incidenza del costo del lavoro sul costo industriale del prodotto varia secondo i settori, ma oggi molto difficilmente supera il 20%, spesso, a causa della dis-integrazione verticale, è molto più basso. Ora, prendiamo il caso di un’azienda di 15 dipendenti (il minimo). Il licenziamento di un individuo alleggerisce il costo del lavoro del 6,6%, quindi il costo del prodotto del 1,3% al massimo, diciamo uno 0,9% sul listino. Sfido chiunque si occupi di controllo di gestione a dire che una variazione dell’1% sul listino è significativa per il successo sul mercato: il licenziamento di un individuo, quindi, non è mai questione economica. Mi è stato obbiettato che i conti sono diversi per alcune piccole aziende di servizi (es. software house, web agency, ecc), ma tutti sappiamo che i rapporti di lavoro in quegli ambienti sono molto raramente regolati da contratti di lavoro dipendente: essi ricadono fra quelli che hanno bisogno di maggiori (e non minori) tutele. Non mi dimentico il lavoro a bassa qualificazione nelle cooperative di servizi – ma temo che le difficoltà economiche, in queste cooperative, non siano proprio causate dall’eccesso di protezione dei lavoratori.

Attrattività dell’Italia per gli investitori esteri. Ha risposto molto bene il CEO di General Electric De Poli nell’intervista a Repubblica di qualche giorno fa. Posso aggiungere qualche esperienza personale: quando nel 2007, per conto di Eurispes e della Provincia di Milano, ho intervistato quindici fra i più importanti datori di lavoro esteri in città, chiedendo loro le difficoltà che avvertivano per le loro aziende, mi hanno elencato nell’ordine i seguenti fattori: imprevedibilità e inefficacia della giustizia civile (e scarsa sensibilità della business community all’etica negli affari), insufficiente dotazione di infrastrutture e connessioni internazionali da  Milano, costo dell’energia, insufficiente investimento del “sistema Italia” nella ricerca di base, scarsa diffusione della formazione tecnica di livello intermedio, e poi altri minori (“Controllo Remoto”, Franco Angeli, 2007). Articolo 18 mai citato.

C’è un’ultima riflessione che mi pare importante. Generalmente, chi viene mobbizzato ed eventualmente proposto per il licenziamento (tralasciamo ovviamente i ladri …)? L’inefficiente, il “lazzarone”? Questo forse farebbe l’alta direzione – ma i conflitti in fabbrica non nascono dall’alta direzione, nascono nei reparti, dai capi intermedi. Essi vivono un ruolo molto difficile, con pressioni dall’alto e dal basso. Il loro desiderio (comprensibile) è sempre: ridurre la complessità; vorrebbero un clima sempre omogeneo, senza problemi, senza questioni. E quindi non sopportano i “rompiscatole”, quelli che rispondono, che non sono mai contenti. In una produzione di massa, ad alta intensità di manodopera, è essenziale la quantità della prestazione: quanti pezzi si producono al minuto sulla macchina operatrice, quanti prelievi da magazzino, quante fatture si controllano. In questi ambienti, un ambiente di lavoro omogeneo e senza bizzarrie è probabilmente il migliore. Ma la produzione di massa non è il nostro futuro, ormai lo sanno tutti (salvo forse che a piazza del Nazzareno). Misurereste il softwarista in numero di linee scritte? L’uomo di marketing in numero di claim proposti? Ma dico di più, misurereste l’infermiere o la badante in numero di iniezioni fatte? E allora, bisogna sapere che il “rompiscatole”, fra le dieci sciocchezze che dice e con le quali ti fa perdere tempo, una volta magari può proporre l’ideuzza che ti migliora il ciclo, ti fa ridurre lo scarto, ti fa fare un passo avanti. Soffocarlo, soffoca la creatività e l’interesse al buon risultato dell’azienda, la riduce ad uno stanzone pieno di gente che pensa ai casi suoi e agisce meccanicamente. Non ci si può poi stupire se il magazziniere non si accorge che la cisterna che sta scaricando, invece di scaricare in serbatoio, scarica tutto nel tubo di troppo pieno (I giapponesi ci rimproveravano fin dagli anni ’80 per questo nostro bovino approccio al lavoro). Cosa c’entra l’art.18? In realtà, la “tutela reale” non è così importante per proteggere la vittima: per questo, basterebbe fissare per legge un risarcimento stratosferico. E’ importante per gli altri, perché non abbiano paura di dire al capo quando, secondo loro, sbaglia. Perché abbiano il coraggio di dire che quel movimento è pericoloso. Perché sentano per l’azienda un po’ di interesse. Chi pensa di risolvere i propri problemi abolendo l’articolo 18, ha una visione del lavoro vecchia e superata. Credono di essere moderni, e sono rimasti a cinquant’anni fa.

Post scriptum. Qualcuno potrebbe chiedermi: cosa credi di saperne tu? Beh, ho passato più di trent’anni lavorando nelle aziende, come neolaureato, poi come consulente e manager, poi come direttore industriale di una multinazionale all’estero, poi in due consigli di amministrazione. Qualche stabilimento lo ho visto dall’interno, qualche caso lo ho affrontato.

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L'Autore

Ingegnere, manager e consulente, già Consigliere di Amministrazione SOGEMI spa.
Presidente Associazione Casa dei Circoli.
Direzione Metropolitana Milano, Comitato di Tesoreria, già Segretario Circolo Milano Futura.
Aree di interesse: industria, lavoro, esteri, forma partito.

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