La Germania è un modello sbagliato da seguire

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Il “modello tedesco”, a cui anche il premier Matteo Renzi guarda quando sostiene che l’Italia debba fare “le riforme alla tedesca” riferendosi al mercato del lavoro, è in realtà un modello negativo e perdente. Anzi, l’idea che la Germania sia l’unico paese in Europa ad aver superato la crisi e che rappresenti dunque un modello per il resto del continente, pur essendo dato per assodato dalla maggior parte dei politici, giornalisti e commentatori, è profondamente fuorviante.

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La consueta ricostruzione agiografica del modello tedesco si basa su una serie di presupposti ideologici, tra cui l’idea che l’avanzo accumulato dalla Germania (mentre gli altri paesi dell’eurozona affondano) sia dovuto alla maggiore produttività ed efficienza dell’economia tedesca, grazie anche alla riforma del mercato del lavoro  introdotta da Schröder e a cui si ispira oggi il PD per il Jobs Act.  Ma a ben vedere il tasso di crescita della Germania è stato del 1.1% negli ultimi 14 anni, situando la presunta “locomotiva tedesca” al tredicesimo posto tra i 18 membri dell’eurozona.

La riforma del lavoro di cui dicevamo ha effettivamente diminuito la disoccupazione, ma lo ha fatto creando precarietà, aumentando il numero di contratti part-time e sottopagati. La riforma ha bloccato i salari tedeschi, comprimendo la domanda interna e permettendo di costruire un vantaggio competitivo rispetto agli altri paesi europei, che non hanno imposto le stesse condizioni ai propri lavoratori (si pensi alla Francia). L’aumento del tasso di produttività della Germania è invece uno dei più bassi del continente. Il boom delle esportazioni tedesche è stato reso possibile anche dal fatto che molti paesi  non hanno seguito la stessa politica salariale, ma hanno mantenuto un livello di domanda sufficiente per poter assorbire le esportazioni tedesche. Inoltre, l’alto livello della domanda in alcuni di questi paesi è stato in parte il risultato di bolle speculative, si pensi al settore immobiliare, che secondo la lettura ideologica che i tedeschi danno della crisi sono il risultato di una tendenza al non rispetto delle regole e dei bilanci dei paesi dell’area mediterranea, da pagare adesso con misure di austerità. Ma è ormai appurato che la finanza tedesca abbia contributo tramite le proprie banche alla creazione di queste speculazioni, investendo i profitti all’estero piuttosto che in Germania, esportando grandi quantità di capitali verso i paesi del sud Europa e, sostanzialmente, consentendo ai cittadini degli altri paesi di continuare ad importare prodotti tedeschi.

Sorge il sospetto, accompagnato da grave e fondata preoccupazione, che il Jobs Act sia finalizzato a facilitare una politica di restrizione salariale che Berlino-Bruxelles continua ad indicare  come la via d’uscita dalla crisi per i paesi dell’area mediterranea.  Il volume degli scambi all’interno della UE ha registrato un crollo negli ultimi quattro anni a danno anche della Germania, che ora presenta un tasso di crescita negativo nell’ultimo trimestre). È vero che finora il settore delle esportazioni tedesco è riuscito a riorientarsi verso il mercato extra-europeo, ma non è immaginabile che tutti i paesi dell’eurozona registrino un avanzo commerciale nei confronti del resto del mondo, in una corsa al ribasso del costo del lavoro impossibile da vincere con paesi come la Cina. L’Europa ha una sola speranza per rimanere realmente competitiva sul mercato globale: rilanciare la domanda interna e gli investimenti e puntare su quei settori ad elevato valore aggiunto che sono gli unici in grado di coniugare crescita economica, equità sociale e sostenibilità ambientale. Su questo deve impegnarsi il Governo, e a suo sostegno troverà il PD compatto.

 

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L'Autore

27 anni, milanese, è laureato in storia contemporanea presso l'Università degli Studi di Milano. Nel corso degli studi ha approfondito in particolare la storia del socialismo italiano. Membro della direzione regionale lombarda del Partito Democratico e segretario del circolo Milano Futura, fa parte del gruppo di giovani ricercatori della FEPS (la fondazione di studi del PSE) e collabora con riviste e blog di analisi politica tra cui Pandora e Left Wing. Su twitter: @angeloturcomi

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