Decent Work: gruppo di studio internazionale sulla disoccupazione giovanile

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Se dell’Internazionale Socialista non si può dire senza qualche perplessità che “sia viva e lotti con noi”, si può invece di certo affermare della sua organizzazione giovanile IUSY.

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Quest’ultima rappresenta ancora uno strumento privilegiato e vitale attraverso il quale i militanti delle giovanili dei partiti socialisti e laburisti di tutto il mondo hanno occasione di incontrarsi, conoscersi, e approfondire temi di attualità. In un mondo nel quale la globalizzazione ha reso ogni lotta interna ai confini nazionali dipendente da infinite variabili sovranazionali, ribadire l’ importanza di organismi come questi sembra persino superfluo.

La study session che IUSY ha promosso in collaborazione con il Consiglio d’ Europa a Strasburgo dal 5 al 12 Ottobre ha permesso ai partecipanti di uscire per un momento dal dibattito domestico (e in Italia oltremodo asfittico) intorno al tema della disoccupazione giovanile, confrontandosi con delegati da tutta Europa sulle sue cause e possibili soluzioni.

In un momento nel quale il discorso pubblico italiano riguardante la riforma del mercato del lavoro sembra essersi arenato sulla novecentesca contrapposizione fra sostenitori dei padroni e dei lavoratori, mettere tale tema al centro di un incontro internazionale fra attivisti politici under 30 ha il grande merito di restituire all’ internazionale socialista un po’ della sua vocazione originaria: essere il luogo dove esperienze diversissime convergono a difesa di valori comuni; in questo caso del diritto ad un “decent work”: un lavoro decente, un contratto che assicuri delle tutele, che non discrimini a seconda dei generi, dell’ orientamento politico e sessuale, che non sia vettore di sfruttamento mascherato da lavoro a tempo determinato, stage, tirocinio.

Attraverso il metodo della “non formal education” (giochi di ruolo, simulazioni, apprendimento interattivo) la study session si poneva lo scopo di ripercorrere le cause della crisi economica e dei passaggi che l’hanno portata a divenire da crisi finanziaria a crisi occupazionale, portare a conoscenza delle organizzazioni presenti i diversi organismi internazionali che operano sul campo (di particolare interesse l’ ILO: International Labour Organisation  http://www.ilo.org/global/lang–en/index.htm ), e incoraggiare la cooperazione fra associazioni e organizzazioni partitiche giovanili di diversi paesi al fine di sensibilizzare la fascia d’età di riferimento sulla necessità di non accettare condizioni di lavoro indecenti e pianificare azioni di mobilitazione comune per richiedere alle autorità competenti un maggiore impegno sul fronte dell’accesso e della regolamentazione del mondo del lavoro.

Molto si é detto sui difetti di una sinistra che si é incancrenita nel difendere un modello di mercato del lavoro che non é più pensabile si presenti come lo conoscevano i nostri genitori. Ma non abbastanza si é detto sulla portata sociale di una crisi occupazionale che non significa solo impoverimento dal punto di vista reddituale. Alla domanda qual é la prima parola che vi viene in mente per descrivere la situazione sociale della vostra generazione, italiani albanesi tedeschi francesi lettoni non hanno avuto dubbi in merito alla risposta, e all’unisono han affermato: precarietà. La precarietà del lavoro non significa solo flessibilità contrattuale, ma significa impossibilità di pianificazione del futuro (non ultimo sentimentale, familiare) e impossibilità di emancipazione dal passato: l’ Europa sta crescendo una generazione di trentenni ancora adolescenti.

E come tutti gli adolescenti han bisogno di trovare nella contrapposizione con l’ autorità familiare scolastica ecc un modo di autodefinizione, così la frustrazione palpabile nei plurilaureati senza occupazione ha bisogno di trovare qualcuno “con cui prendersela”: le istituzioni, il sud d’ Europa contro la Germania, il nord Europa contro il sud, movimenti razzisti contro gli immigrati, movimenti populisti contro il welfare state. Ma lo scacco sociale non si risolve con una finanziaria. Bisogna che questi estromessi da un futuro dignitoso, trovino le condizioni per diventare adulti.

Inutile dire che per crearle non bastano i tweet. I social network danno il grande vantaggio di rendere infinitamente più semplice una settimana di study session a Strasburgo per pochi, un lavoro di lungo periodo che unisca molti.

Non bastano neanche imponenti investimenti (che pure sarebbero necessari e dei quali non se ne vede l’ombra). Bisogna, concedetemi il marxismo, ripensare la struttura, la produzione, la figura del lavoratore, finanche la figura dell’ innovatore. In questo, la dimensione internazionale é centrale perché dà la misura di quanto ogni battaglia di sinistra sia ancora battaglia di classe, son cambiati i nomi, le figure professionali, i partiti e anche gli elettori, ma la cosa per la quale lottare é rimasta, ed é rimasta dovunque. La precarietà che si é inghiottita il piacere di immaginarsi e scegliersi il futuro.

Più passa il tempo più mi convinco che nessuno lo farà per noi, noi, la generazione degli eterni adolescenti forzosi.

Sono le nostre giovanili pronte ad uno sforzo tale? Al di là dei teatrini congressuali, dei metodi di apprendimento sperimentali, dei corsi di formazione autoreferenziali, siamo capaci di colmare quello spazio di lotta che c’è ma che nessuno è ancora riuscito ad occupare? Non credo. Ma credo anche che potremmo esserlo.

Una delle aspirazioni di organizzazioni come IUSY é raccogliere le forze migliori della sinistra giovanile internazionale, proprio quella che da ogni parte viene criticata (in primis dalla platea che dovrebbe attrarre) e non sempre a torto. Credo che, partendo proprio dal tema del lavoro, avendo soprattutto presenti i valori della lotta per il “decent work” che la nostra generazione deve saper ostinatamente pretendere, si possa affermare che la sinistra migliore – cioè l’ unica capace di sopravvivere a se stessa – sarà quella che avrà saputo rispondere al motto “se i tempi non chiedono la tua parte migliore, inventa altri tempi”[1] .



[1] Stefano Benni, “Baol”.

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