Il dilemma dell’euro. Il progetto politico, il percepito e l’analisi economica

1

Un articolo di Salvatore Sinagra, esperto di economia, sulla questione della moneta unica.

liraeuro

L’Italia nel 2002 entra come paese fondatore nell’area euro. Oggi vi è una linea netta tra i sostenitori della moneta unica Amato, Ciampi e Prodi e i nemici della moneta unica forzisti, leghisti e pentastellati. Eppure il processo di convergenza verso l’euro, per tutti gli anni novanta, ebbe luogo senza alcun dibattito politico, forse perché nell’Italia che nel 1992 aveva rischiato il default si dava per scontato che per mettere in sicurezza il debito ed evitare di piombare in una spirale di iperinflazione fosse necessario agganciarsi al carro dell’Europa.

Se oggi la lega di Salvini definisce l’euro un crimine contro l’umanità, Umberto Bossi un tempo profetizzava l’avvento dell’Euro-Padania: il sud non sarebbe stato capace di rispettare le “regole di civiltà” europee e sarebbe stato costretto ad andare per la sua strada, mentre al nord finalmente sarebbe stata riconosciuta la patente di paese virtuoso alla pari di Germania, Austria e democrazie scandinave. Berlusconi negli anni della transizione non sollevò dubbio alcuno sul progetto dell’euro e Tremonti benedisse il cambio concordato. Poi con l’introduzione della moneta unica gli italiani cominciarono  a lamentarsi del fatto che i prezzi erano raddoppiati da un giorno all’altro e la destra berlusconiana si convertì all’euroscetticismo.

Gli economisti in prevalenza ci raccontano una storia diversa da quella degli euroscettici. In un articolo abbastanza lungo pubblicato su Linkiesta si legge per esempio che gli effetti della moneta unica sull’Italia sono stati abbastanza positivi, sia sul fronte della tenuta del debito pubblico che su quello delle esportazioni, con l’euro è cresciuto l’export italiano sia verso l’area euro che verso i paesi che adottano altre monete. Gli autori dello stesso articolo, come quelli di tutte le pubblicazioni serie sugli effetti della moneta unica ammoniscono però che i giudizi sono espressi sulla base di modelli che hanno un evidente carenza: non esiste un controfattuale, in altre parole nessuno può verificare come sarebbe andata l’economia italiana se non avessimo aderito all’euro.

Appare assai contraddittoria la posizione della destra italiana, che afferma che la transizione all’euro ha rovinato gli italiani per via del raddoppio dei prezzi ma allo stesso tempo afferma che occorrerebbe una moneta italiana per potersi sganciare dalla politica teutonica della BCE che si concentra solo sulla lotta all’inflazione, in sostanza l’euro sarebbe stato un male perché ha causato inflazione e allo stesso tempo all’Italia servirebbe una moneta per fare più inflazione.

Tra le altre cose molti economisti sostengono che realmente non vi è stato un raddoppio generalizzato dei prezzi in Italia, e lo stesso Berlusconi quando il suo governo gestì la transizione ed ebbero luogo le prime lamentele replicò che l’Istat misurava un’inflazione nell’ordine del 3% e  che se qualcuno si sentiva frodato poteva cambiare negozio.

In verità l’opinione pubblica fu colpita dal cosiddetto effetto pizza. Per alcuni beni, commerciati nei canali della piccole distribuzione, vi fu un raddoppio dei prezzi. Così la pizza margherita che nelle grandi città italiane costava 6 o 7.000 lire nel giro di pochi mesi arrivò a costare 6 o 7 euro, ma nei successivi dodici anni il suo prezzo non ha poi subito sostanziali aumenti. Gli economisti aggiungono che con un’inflazione in linea con quella degli anni novanta, oggi una pizza margherita potrebbe costare almeno 20.000 lire.

Sarebbe poi interessante capire come si sarebbe comportato un paese molto indebitato come l’Italia, se non avesse intrapreso un percorso di convergenza verso la moneta unica, a cavallo tra gli anni novanta ed il nuovo millennio quando i mercati del sudest asiatico furono investiti da una crisi senza precedenti, quando il rublo fu colpito da una crisi valutaria e quando l’Argentina dichiarò default. 

Inoltre, a mio parere in modo sorprendente, molti economisti e politici quando parlano di euro e del rallentamento/declino dell’economia italiana tributano ben poca attenzione ai cambiamenti dell’economia globale avvenuti all’inizio del nuovo millennio:

  • Il prepotente ingresso nell’industria internazionale delle economie emergenti. Nel 2001 l’analista di Goldman Sachs Jim O’Neill coniò il termine BRIC per raggruppare paesi molto diversi tra loro, Brasile, Russia, India e Cina destinati a divenire le maggiori economie del globo in pochi decenni. La previsione di O’Neill ovviamente manifestò dei limiti, perché come ammette lo stesso analista l’unico paese emergente che ha veramente cambiato le regole e gli equilibri del mondo è la Cina; eppure l’avanzare di nuovi grandi concorrenti, con un costo del lavoro molto basso, ha profondamente alterato gli equilibri della divisione internazionale del lavoro. L’evento simbolo di tale svolta è stato l’ingresso della Cina nel WTO nel 2001.
  •  Il prezzo del petrolio dalla fine degli anni novanta è cresciuto in modo significativo e senza precedenti. All’alba dell’era Putin un barile costava tra 20 e 30 dollari, nel 2008, alla vigilia del tracollo di Lehman Brothers fu raggiunto il picco di 140 dollari e fino ai mesi recenti non è più sceso sotto i 100 dollari. Ciò non poteva non tradursi in un rallentamento delle economie dell’Unione Europa che soddisfano il proprio fabbisogno energetico per il 70% attingendo dall’estero ed in particolar modo dell’Italia, i cui fornitori di energia sono per il 90% extra UE
  • Le imprese italiane dopo il crollo del muro di Berlino non sono riuscite ad intraprendere un percorso si ristrutturazione che era necessario per adeguarsi al nuovo mondo. Scrive Alessandro Pansa in un articolo destinato a Limes (All’Italia serve una politica industriale per non fare la fine Buddenbrok) che l’Italia non è stata al centro dell’ultima rivoluzione industriale, che ha portato prima alla diffusione dell’elettronica di consumo e poi all’avvento dei colossi di internet, né tanto meno le imprese italiane hanno saputo dotarsi di una governance moderna. Il risultato è un consistente scarto tra il patrimonio degli imprenditori e quello delle imprese italiane. Le imprese italiane sono quindi sottocapitalizzate. Meglio dell’industria hanno fatto le banche in Italia,  che subito dopo la legge Amato si sono adeguate alla globalizzazione.
  • La Germania, paese manifatturiero come l’Italia, ha varato un discusso piano di riforme. Agenda 2010, con cui ha acquisito competitività ai danni dei suoi concorrenti

 

Ancora più che chiedersi come è stato il nostro passato con la moneta unica, sarebbe utile domandarsi come potrebbe essere il nostro futuro senza. Qualsiasi economista, euroscettico oppure no, può fare ipotesi ma non può tracciare un quadro attendibile ed inattaccabile sugli effetti dell’abbandono  della moneta unica.

Ben pochi euroscettici per esempio hanno su questo punto un approccio metodologico accettabile (per me sarebbe un gravissimo errore parlare di approccio scientifico, visto che l’economia non è una scienza). Il più grosso limite di ogni modello che si costruisca per quantificare i probabili effetti dell’abbandono della moneta unica consiste nella previsione delle reazioni di imprese e consumatori. Variabili psicologiche connesse alle aspettative si conciliano sempre male con modelli matematici.

Da sostenitore dell’integrazione europea mi trovo nella paradossale situazione di vedere in Salvini colui che, forse inavvertitamente, ha definito meglio di tanti altri l’abbandono della moneta unica, parlando  di scommessa, tuttavia se il politico milanese ritiene che si tratti di una scommessa che si può vincere io penso si tratti di gioco d’azzardo.

Se volessimo prendere in considerazione l’opportunità di abbandonare la moneta unica dovremmo chiederci cosa siamo disposti a rischiare.

Non mancano certo le incognite:

  • Non esistono modelli affidabili per determinare l’inflazione che potremmo attenderci abbandonando la moneta comune, con conseguenze sia sul valore reale degli stipendi degli italiani che sui risparmi degli italiani. L’abbandono dell’euro sarebbe propedeutico ad una svalutazione della moneta pilotata dallo Stato che renderebbe più oneroso per gli italiani l’acquisto di beni importati dall’estero. Questa perdita di potere d’acquisto verrebbe recuperata quando grazie alle esportazioni rese più convenienti, sarebbe possibile alzare gli stipendi. Un non trascurabile problema è che dopo la svalutazione pilotata dallo Stato, la nostra valuta nazionale cederebbe ancora terreno sui mercati. L’analisi dei dati relativi a deafult e superamenti di unioni monetarie porta a numeri che impressionano ma che sono difficili da sintetizzare. Giusto per avere un’idea la transizione dal dinaro Jugoslavo al tallero della Repubblica Slovena, considerata un’operazione ben gestita da una buona elite produsse un’inflazione del 100% nel primo anno.  L’ordine di grandezza della svalutazione complessiva della nostra moneta non è quindi stimabile ex ante
  • Sarebbe necessario denominare tutto il debito pubblico in euro dell’Italia nella valuta nazionale. Si tratterebbe sostanzialmente di un default, e come in ogni caso di dafault la reazione dei mercati sarebbe imprevedibile.  Non pagare il debito significherebbe varare una patrimoniale mascherata sugli italiani, visto che i risparmiatori italiani detengono una  parte consistente del debito pubblico italiano
  • Occorrerebbe nazionalizzare e ricapitalizzare le banche. Solo le prime quattro banche italiane o si stima abbiano in portafoglio oltre 170 miliardi di titoli di Stato italiani. Una svalutazione del debito italiano a seguito di deafult di circa il 20% comporterebbe una perdita di 35 miliardi per le grandi banche ed una perdita significativa anche per le banche popolari. In sostanza servirebbero almeno una 50 di miliardi da iniettare nel mercato bancario
  • L’abbandono dell’euro renderebbe più conveniente le esportazioni, simmetricamente renderebbe più costose le importazioni, a  partire da petrolio e gas. I no euro non sembra diano molto peso al fatto che oggi la “catena del valore” che porta alla produzione di beni è molto più internazionalizzata di quanto non lo fosse nei primi anni novanta, quando furono gettate le basi delle moneta unica. Gli impatti benefici che produrrebbe oggi una svalutazione sull’export potrebbero essere molto minori rispetto a quelli che produceva trenta o quaranta anni fa, per via di un maggiore impatto negativo sull’acquisto di semilavorati e per via della crescita della bolletta dell’energia. L’unica possibilità di salvezza per la manifattura italiana sarebbe riportare in Italia la produzione dei beni intermedi, ma non è possibile determinare in che misura ed in quali tempi questo avverrebbe
  • Infine il tracollo dell’euro potrebbe avere anche significative ripercussioni politiche. Alcuni economisti euroscettici auspicano che una volta superata la moneta unica la Banca Centrale Europea sopravviva, per governare i cambi tra le diverse monete e per continuare a vigilare sulle banche europee. Sarebbe poi necessario governare insieme le rigide, seppur temporanee, limitazioni alla circolazione dei capitali. Non è scontato che dopo il tracollo dell’euro o l’abbandono dell’euro  da parte di uno o più Stati membri vi siano ancora le condizioni per una cooperazione politica in Europa

 

Tutto ciò considerato, e aggiungendo anche che i patrimoni privati degli italiani nonostante sette anni di crisi durissima continuano ad essere elevati anche se comparati alle medie europee e che il popolo italiano è mediamente anziano, abbandonare o minacciare di abbandonare la moneta unica è una scommessa che espone a rischi molto significativi ed i cui benefici sono dubbi. Visto che per superare l’euro servirebbe un grande accordo in Europa, sarebbe sicuramente meglio trovare un accordo per uscire dalla spirale di inflazione e recessione che si sta abbattendo sul vecchio continente.

 

Share.

L'Autore

1 commento

  1. Enrico Baldi on

    Sono d’accordo con quanto espresso salvo qualche considerazione.
    Intanto è vero che uscire dall’euro è un gioco d’azzardo ma lo è anche restarci a queste condizioni; purtroppo siamo in uno dei tanti momenti storici in cui tutte le scelte sono molto rischiose.
    Il rischio di una patrimoniale mascherata indubbiamente esiste ma col sistema attuale la patrimoniale la sta pagando chi il patrimonio non ce l’ha, ovvero le classi più deboli, solo che non fa notizia perché il termine ‘patrimoniale’ si riferisce solo ai possessori di patrimonio.
    E’ tipico dell’ideologia capitalista utilizzare termini che suggeriscono già una scelta di quali problemi e di quali interessi ci si deve occupare; con buona pace di chi sostiene che gli economisti sono ‘neutrali’ in quanto tecnici che propongono solo delle soluzioni.
    Il solo enunciare il ‘pericolo della patrimoniale’ evoca già l’arrivo della Troika che con i tagli alla spesa pubblica allontanerebbe questa minaccia incombente. Se poi chi sta già male va a stare ancora peggio non importa perché non è soggetto alla patrimoniale. Se poi la nazione vede ridursi il suo capitale umano e le possibilità di crescita come denunciano le riviste Nature e Lancet in questo servizio (di 4 minuti) poco importa:

    http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-9c6b1756-3e8a-49fe-b7b6-8685f128d4de-tgr.html?refresh_ce#p=0

    Credo sia meglio non abbandonare l’euro ma far pesare una minaccia convinta di farlo può essere una buona tattica per smuovere questa Europa immobilista.
    Ad esempio gli economisti Brancaccio e Passarella propongono in ‘L’austerità è di destra’ (p.130):
    ‘Se dunque le autorità di governo dei paesi dell’Europa del Sud volessero realisticamente dare una chance a un’ipotesi di riforma dell’Unione … dovrebbero mettere in chiaro che, se in Germania prevalesse la volontà di abbandonare i paesi periferici al loro destino, se i principali gruppi di interesse tedeschi intendessero assistere indifferenti allo scollamento progressivo dell’eurozona, allora non sarebbe soltanto la moneta unica a saltare, ma si finirebbe per mettere in discussione anche il mercato unico europeo. I paesi periferici potrebbero infatti reagire non solo svalutando , ma anche imponendo restrizioni ai movimenti di capitali e di merci. Non si tratterebbe del resto di una mera rappresaglia. E’ agevole dimostrare che, oltre un certo limite, i costi della permanenza nella zona euro e nel mercato unico possono di gran lunga superare i costi di uno sganciamento da entrambi. Il caso della Grecia, sotto questo aspetto, è ancora una volta emblematico. L’uscita dal mercato unico, inoltre, consentirebbe di governare meglio la distribuzione del reddito rispetto alla caduta della quota salari che tipicamente consegue a una mera svalutazione.’

Lascia un commento