Le città fallite. Una recensione

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Da poco nelle librerie, il saggio dell’urbanista Paolo Berdini, “Le città fallite” (Donzelli, 2014), colpisce il lettore sin dal titolo, adeguatamente accompagnato da un secondo rigo: “I grandi comuni italiani e la crisi del welfare urbano”.

Per chi conosce la storia, tipicamente italiana, della tradizione del socialismo municipale, questo libro è uno strumento importante per comprendere l’evoluzione della città nel trentennio neoliberista. Così come la società è stata plasmata da quella che molti, ormai, considerano una vera e propria egemonia culturale, anche le nostre città hanno subito una profonda trasformazione. Vi è una serie di leggi e normative che hanno consentito questi processi, ma anche una visione più generale del contesto urbano, ben delineata da Berdini nel corso dei capitoli.

In particolare, i condoni edilizi (il primo è del 1985, seguono quelli dell’era berlusconiana) e le leggi Tognoli e Bassanini (anche politicamente, quindi, vi è una sostanziale corresponsabilità tra destra e sinistra nel preparare il terreno) pongono normativamente sullo stesso piano speculatori e amministratori pubblici, che si ritrovano nelle condizioni di poter sfruttare il territorio con scopo di lucro e con risultati ampiamente esaminati dall’autore. Sempre nella stagione dei Governi Berlusconi è la rendita fondiaria a stimolare la speculazione, ignorando i dettami di Beniamino Sullo che, negli anni Sessanta, saggiamente, aveva previsto questo rischio raccomandando una preventiva acquisizione da parte degli enti pubblici di tutti i terreni agricoli destinati a urbanizzazione, in modo da incamerare nel settore pubblico l’enorme aumento di valore del terreno trasformato da agricolo a edificabile. I vantaggi per i cittadini si sono poi volatilizzati nella crisi economica, e chi ha contratto un mutuo per acquisire l’abitazione si ritrova oggi a pagare somme ben superiori al valore effettivo, mentre i costruttori ancora festeggiano.

Ma non è questa la parte più interessante del saggio. Secondo Berdini, negli ultimi vent’anni i territori e le città hanno perduto ogni connotazione sociale per diventare esclusivi oggetti economici dominati da flussi di investimento che prescindono dalla specificità dei luoghi e dai bisogni della popolazione. Le città sono cresciute in modo abnorme e disordinato, mettendo in crisi la possibilità di garantire quella rete di relazioni sociali che è alla base del concetto stesso di città. Città sempre più grandi e anche più ingiuste, perché l’economia dominante cessa di investire sulla città stessa e sul territorio e si volatilizza finanziariamente, e le classi dominanti non investono più nella bellezza, nel decoro, nella cultura e nella creazione di servizi come è sempre avvenuto. Non ci sono soldi, eppure si investe in faraoniche “grandi opere” dal costo ben maggiore del mantenimento di livelli standard di welfare urbano.

Ma le città continuano a espandersi, espandendo le contraddizioni. A Milano, ad esempio, non si contano più gli spazi vuoti, soprattutto uffici vuoti, ma le esigenze finanziarie cozzano con il buon senso che imporrebbe un riutilizzo degli spazi prima dell’edificazione di nuove aree. Così nasce Porta Nuova, alimentata dal fondo sovrano del ricchissimo Qatar, che contribuisce anche a ingenerare uno spaventoso aumento dl valore degli alloggi, cosicché le famiglie sono sempre più costrette a trasferirsi nell’area metropolitana sviluppando forme di pendolarismo estremo. E nel nulla sorgono enormi centri commerciali, lontani dai quartieri urbani, causando progressivamente la chiusura dei negozi e lo spegnimento delle vetrine nella città. Ovviamente, è sulle fasce più deboli che si ripercuote questo processo: gli anziani, che non possono più fare acquisti di prossimità, e chi ha difficoltà a spostarsi, con ulteriori conseguenze come solitudine e spaesamento. Nel 2014, 180 sono i comuni italiani falliti per motivi economici, e la maggioranza degli altri ottomila è indebitata. Il solidarismo sociale del welfare urbano viene accantonato con insofferenza da parte del pensiero dominante, mentre il territorio cade letteralmente a pezzi sotto la furia di alluvioni ed esondazioni.

Berdini suggerisce anche delle soluzioni. Soluzioni tecniche, come il blocco del consumo di suolo per favorire la rivalutazione dell’esistente nelle aree periferiche, la riscoperta del concetto del “limite” urbano, per bloccare l’espansione atomizzata della città nelle campagne circostanti. Rigenerare il patrimonio pubblico, anziché privatizzarlo per fare cassa, dando così linfa al settore delle costruzioni che entrerebbe altrimenti in crisi con il blocco delle nuove urbanizzazioni, creando alloggi popolari senza doverli costruire dal nulla e in aree sempre più decentrate, con tutti i problemi dell’attivazione di ulteriori sistemi di trasporto, servizi pubblici e altre costose funzioni che questo invece comporterebbe. La città “pubblica” è la città che garantisce integrazione sociale, mette in moto energie, supera l’individualismo e getta un ponte verso il futuro, avviando una radicale fase di innovazione tecnologica della città. E non è questa una sfida delle singole amministrazioni comunali, ma una sfida politica che deve porsi la società intera.

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L'Autore

27 anni, milanese, è laureato in storia contemporanea presso l’Università degli Studi di Milano. Nel corso degli studi ha approfondito in particolare la storia del socialismo italiano. Membro della direzione regionale lombarda del Partito Democratico e segretario del circolo Milano Futura, fa parte del gruppo di giovani ricercatori della FEPS (la fondazione di studi del PSE) e collabora con riviste e blog di analisi politica tra cui Pandora e Left Wing. Su twitter: @angeloturcomi

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