Riformismo e progressismo al tempo di Renzi

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Cos’hanno in comune il jobs act, la riforma della scuola, l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti e le prime dichiarazioni intorno ad una riforma delle pensioni? Essere frutto di un’impostazione riformista ma non progressista.

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Riformismo è una parola nobile, durante la Prima Repubblica ha indicato stagioni di grande impulso all’attività di governo, e per chiunque provenga da una tradizione di sinistra questo termine è sovente associato al riformismo socialista; un’impostazione politica contrapposta a un certo massimalismo attendista comunista e al conservatorismo (o persino al controriformismo) delle destre. Muscolarità dell’esecutivo, forte leadership e consistente spinta alla modifica di alcuni assetti, considerati espressione di precedenti equilibri ormai vetusti, del vivere sociale ed economico del paese hanno poi contraddistinto nella Seconda Repubblica tutti quegli esecutivi che si son fregiati del termine; e quasi tutti lo hanno fatto, senza accostarvi alcuna specificazione di segno e qualità, così che qualunque forza politica potesse chiamarsi riformista e attirare su di sé un’aura di generale positività finalizzata a colpire emotivamente l’elettorato, benché priva di reale fondamento.  La parola è stata oggetto di una tale risemantizzazione che può nascere oggi un movimento che usa come nome quello che – se non vi fosse la congiunzione –  sarebbe un ossimoro: “Conservatori e riformisti”, senza destare particolare scandalo o sospetto nel discorso pubblico.

L’attuale esecutivo di cui Matteo Renzi è espressione e personificazione più diretta è certamente passibile di ricezione di tale titolo. Tralasciando la nuova legge elettorale e la riforma costituzionale che si collocano su un più radicale e fondamentale piano (quello delle cosiddette “regole del gioco”), consideriamo le altre riforme portate avanti dal governo: si nota come queste, una volta approvate, modificheranno in modo profondo la vita quotidiana del cittadino nell’arco di tutta la propria esistenza, dalla frequentazione scolastica all’ingresso e permanenza nel mondo del lavoro, fino al ritiro dalla vita attiva, passando per la sua capacità di influenzare attivamente il sistema politico attraverso il proprio impegno personale (per comodità annovero qui anche il provvedimento di abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, benché formalmente approvato dal governo precedente).

Il fil rouge che connette questi provvedimenti è l’essere profondamente conservatori. Infatti, sotto una patina di pretesa modernizzatrice, questi ottengono come risultato più immediato la permanenza dell’individuo nel proprio nucleo familiare di provenienza e persino nella propria classe sociale.
Se per definire in modo audace il progressismo possiamo applicarvi la stessa definizione che usava Nenni per definire il socialismo (“socialismo è portare avanti tutti quelli che sono nati indietro”) unita al desiderio di garantire ad ogni individuo facoltà di autodeterminarsi attraverso le proprie scelte e secondo le proprie inclinazioni, balza subito all’occhio come i provvedimenti dell’attuale governo vadano in senso opposto.
Infatti qualunque forma di precarizzazione della vita lavorativa incentiva la permanenza nel nucleo familiare di origine, minando alla base la possibilità di acquistare una casa propria (sono già iniziate le stime di quanto i mutui costeranno di più grazie al Jobs Act e non sono certo confortanti), o affittare con la serenità se lo si desidera di rimanere in un luogo e creare legami col territorio, o con un altro individuo. La riforma della scuola rende precari anche gli insegnanti, che da oggi andranno ad ingrossare le schiere di coloro che per mantenere il proprio posto di lavoro devono sottoporsi a forme di prostrazione nei confronti del superiore (in questo caso il Preside, per non parlare delle conseguenze devastanti che questo ha sulla libertà di insegnamento). Rimovibili dal proprio incarico in un territorio per essere spostati su altra cattedra in luogo geografico distante, licenziabili per antipatia, si impedisce a quella che dovrebbe essere una figura educativa (anche considerando che gli insegnanti sempre più spesso rappresentano gli unici riferimenti di autorità in condizioni di famiglie assenti) di stabilire un rapporto duraturo e autentico con i ragazzi. Persino la bocciatura sarà più semplice per i figli di famiglie disagiate che non per gli altri, perché con la possibilità di fronte a ricorso di essere allontanati dal Preside, nessun docente rischierà più di mettersi contro una famiglia potente decisa a difendere il proprio pargolo.
Precarietà vuol dire soprattutto impossibilità di scegliere per se stessi il proprio avvenire perché si è costretti a tornare laddove si è nati ogni volta che scade un contratto, o vi sono esuberi ecc. Bisogna sempre tornare alla famiglia di origine per chiedere aiuto, anche quando si decide di formarsene un’altra, dando la possibilità (che pure di per sé è una cosa positiva) agli anziani di andare in pensione prima “rinunciando a dei soldi per fare i nonni”, parafrasando la battuta del premier. Ma chi ha una famiglia di origine nella quale tornare, o chi nasce in una famiglia agiata, è già avanti nella nostra società, per tornare alla definizione di cui sopra. Ha già gli strumenti per intraprendere la vita nella giungla di una società globalizzata, ipercompetitiva e in continuo cambiamento. Non è il nucleo familiare che il progressista difende, ma la possibilità dell’individuo di scegliere se permanere o no nella propria famiglia di origine, se costruirsene o no una propria, se rimanere nel paese d’origine o cercar fortuna altrove, la possibilità di pagare la baby-sitter per i figli o avere asili funzionanti per tutti coloro che non hanno i nonni a cui lasciare i bambini, il diritto di poter essere l’insegnante del paesino che ha visto passare generazioni e generazioni di scolari e con la sua esperienza sa essere punto di riferimento della comunità. La precarizzazione dell’esistenza sta passando nell’entusiasmo generale di chi la vita l’ha avuta ben assicurata e di chi sa di potersi pagare la stabilità, ma, scena ancora più triste, nel tifo da stadio di chi crede che quello sia “il futuro”, ma si accorgerà con amarezza che è la peggiore delle negazioni del fondamentale diritto civile: quello all’autodeterminazione.

L’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti aveva già sancito l’impossibilità per tutti coloro che voce non hanno perché privi di mezzi di far sentire la propria organizzandosi per l’attività politica. Ed è forse anche per questo che chi si oppone al modello di società verso la quale ci avviciniamo sempre più, riversa la propria frustrazione e opposizione al di fuori dell’arena politica istituzionale, e non vi è nulla di più pericoloso di questa tendenza per la tenuta democratica. Tutte le azioni di questo governo continuano a garantire la sopravvivenza a chi già ha condizioni di partenza buone, e impediscono qualunque mobilità sociale a chi invece non è nato altrettanto bene. In questo senso, forme di reddito di cittandinanza, percorsi di formazione gratuiti e davvero qualificanti, una complessiva riqualificazione del sistema del welfare possono essere alcuni dei provvedimenti che si prendono in senso opposto, cercando di attutire il colpo della volubilità delle condizioni di vita cui si va incontro.

Non so se in Italia vedremo mai un’autentica stagione di riformismo progressista, certamente ogni giorno che passa mi convinco sempre di più che non sia questa.

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2 commenti

  1. Paolo Zinna on

    Giusto osservare che la parola riformismo, nel discorso pubblico italiano, è stata pervertita. E’ cosa che viene da lontano, da quando Craxi la usava per contrapporre la propria strada a quella del PCI, implicitamente accusato di essere l’erede di “rivoluzionari” fuori dalla storia o di “massimalisti” parolai. E poi è stato molto peggio, con Forza Italia ed oggi. Si è conservato il senso etimologico della parola (tensione al cambiamento) e non quello storico (tensione al cmabiamento possibile qui e ora, ma in senso progressista). Ma in fondo questa è la cifra del sistema Renzi: andare, cambiare, vincere, senza chiedersi in quale direzione, perché, a favore di chi. Ma il consenso che questa linea trova anche fra coloro che in realtà ne sono danneggiati, come bene hai scritto, ci deve far riflettere: quanti ritardi, quante timidezze, quanta debolezza verso i poteri costituiti abbiamo avuto! e ora le scontiamo.

  2. Enrico Baldi on

    In sintesi potremmo dire che dopo la Riforma c’è stata la Controriforma.
    Oppure che dopo Napoleone c’è stata la Restaurazione.
    O che in matematica cambiando il segno di un valore cambia tutto: se al nostro saldo del conto corrente gli mettiamo un segno meno passiamo dalla felicità alla disperazione.
    Le riforme col segno meno del governo Renzi appartengono al controriformismo (ma siccome il termine non esiste si dice che sono riforme.)
    Non sono pazzo, sono le 22.35 e sto aspettando i risultati delle regionali; spero che il risultato in Liguria apra la stagione del riscatto della sinistra.
    A me la sintesi piace un po’ troppo per cui non riuscirò mai a scrivere un articolo ben scritto come il tuo. L’unica cosa che manca forse è un po’ di rabbia.
    In politica la rabbia è importante perché è quella che spinge ad agire; ad esempio (scusa se insisto) per uscire dal PD e formare il nuovo PDRCSPD ovvero il Partito Delle Riforme Col Segno Più Davanti.
    Visto che mancano ancora alcuni minuti mi permetto di consigliarti la lettura di ‘Il resto di niente’ di Enzo Striano sulla rivoluzione napoletana del 1799 e sulla vita di Eleonora Pigmentel. Io ho visto prima il bel film di Antonietta De Lillo e da qui la lettura di un libro carico di emozioni (e di azioni!).

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