La Liguria non è un laboratorio ma un esempio

0

La strumentalizzazione del caso ligure su scala nazionale è sotto gli occhi di tutti. Ma fa anche comodo a tutti. In primo luogo a quella Rafaella Paita che ha subito trovato il capro espiatorio su cui far ricadere le colpe di una sconfitta pesante, in secondo luogo a Civati che può immaginare di esistere politicamente fuori dal PD, e da ultimo alle destre che fanno le prove generali del ritorno alla ribalta, in cerca della formula magica per accedere al ballottaggio previsto dall’italicum dal quale sarebbero, ad oggi, estromesse in favore del populismo pentastellato.

Renzi, dal canto suo, aveva già detto che le regionali non sono un test sul governo, ed è stato proprio così: non è la sua leadership a Palazzo Chigi ad esser stata messa in discussione, ma il suo ruolo di Segretario del Partito. La débacle paitiana inizia infatti all’indomani delle primarie, quando, dopo aver convogliato gruppi di cittadini stranieri più o meno regolari ai seggi della coalizione e intessuto accordi di vario tipo col centrodestra, si è ritrovata candidata vincitrice di un partito spaccato “fra la leopolda e Piazza San Giovanni” (cioè fra il renzismo da ribalta mediatica e la rievocazione di un tempo in cui i corpi intermedi avevano ancora un certo potere contrattuale nei confronti del governo, rievocazione ipostatizzata da Sergio Cofferati), immerso nei ricorsi giudiziari a causa delle irregolarità, e – come se non bastasse –  qualche responsabilità nella mala gestione del dissesto idrogeologico, ricaduta su di lei che era stata assessore in Regione (alle infrastrutture prima, all’ambiente e protezione civile poi) per cinque anni.

La miopia e la sordità del Segretario nei confronti del malumore dei militanti gli hanno impedito di vedere ciò che era sotto gli occhi di tutti: il PD aveva candidato una figura estremamente divisiva al suo interno.
In realtà fin qui tutto bene, Renzi stesso è figura molto divisiva: la sua strategia si è fondata nell’ultimo anno sul tentativo di estromettere dal potere parti di partito e simpatizzanti che egli non ritiene decisive per guadagnare consenso, sostituendole attraverso manovre politiche atte a conquistare un consenso più ampio (e pescando nel consenso di centrodestra moderato, e con un’azione di governo che piace a ceti tradizionalmente lontani dall’elettorato PD come ad esempio gli aderenti a Confindustria ecc.). Questo piano ha ottenuto straordinari risultati in parlamento, dove deputati controllabili e spesso non dotati di profili politici d’eccellenza appoggiano con disinvoltura provvedimenti del governo pur non sostenendolo apertamente, mentre la minoranza PD fa mancare i propri voti con atto gravissimo ma senza destare alcuna preoccupazione nell’esecutivo.

Non così è stato per l’elettorato popolare. Non si può pensare di prescindere dalle vecchie strutture di organizzazione e attrazione del consenso puntando solo su un’azione di governo controversa e una leadership forte perché evidentemente non è sufficiente; soprattutto laddove il candidato non sia dotato di una personalità istrionica paragonabile a quella del Premier e laddove il centrodestra abbia una candidatura credibile propria invece di andare a rimorchio dell’opzione centrista messa in campo dal PD (come avviene in Parlamento).

Non è un problema solo ligure: in tutte le regioni il PD cala in voti assoluti anche dove vince, e dove lo fa, lo fa comunque per pochi punti percentuali. Al Sud vince grazie a personalità fortemente radicate nel territorio che coagulano un consenso personalizzato e collegato ad una rete di potere locale, personale, consolidata; in Veneto perde perché il radicamento e il potere personale erano di Zaia, al quale Renzi ha scelto di opporre la ladylike di turno che credeva sufficiente far vedere il suo bel viso agli elettori e avere un buono staff di esperti comunicatori per vincere. Segno palese che nell’ombra del renzismo sta crescendo una classe dirigente convinta di poter trattare la realtà come un fastidio trascurabile.

Quando un elettore su due non vota, il consenso è molto volubile. Eppure ci sono dei dati di realtà che il Premier, o meglio il Segretario, non può più ignorare (benché probabilmente continuerà a farlo cullandosi nel calcistico risultato 5 a 2). Il partito strutturato non era solo un ingombrante retaggio novecentesco ma era un potente organizzatore di consenso, metteva in campo ingenti forze volontarie che battendo il territorio erano capaci di racimolare voti casa per casa; la formazione della classe dirigente non è un noioso tema di dibattito accademico, ma è la vera urgenza in un Partito Democratico i cui quadri intermedi viaggiano in ordine sparso e si vedono scavalcati da nuovi arrivati più o meno promettenti ricevendone in cambio solo gli insulti di una cittadinanza alla quale nessuno sa più spiegare i provvedimenti del governo perché nessuno è più attrezzato per farlo (e perché dovrebbe poi, se il premier si spiega da solo su Twitter?). Il meccanismo delle primarie continua a generare storture quando va bene,  mostri quando va male, e la prima delle storture è proprio il Segretario, che si crede tale in virtù di un 70% che sarebbe certamente stato ridimensionato se si fosse votato con altre regole.

L’ultimo dato di realtà che Renzi segretario non dovrebbe ignorare è che non si può sbeffeggiare, insultare, ridicolizzare i compagni di partito, accusandoli di essere ininfluenti il giorno prima, e il giorno dopo imputare loro la sconfitta elettorale. Se l’allontanamento di alcuni è funzionale al suo disegno strategico, non può, se non gli riesce la manovra, colpevolizzare quegli stessi che hanno accettato il suo invito ad andarsene.

Non credo che in questo senso il caso Liguria sia un laboratorio di alcunché: la proposta politica di Civati consta di poche idee confuse, e non si rinventa il Podemos italiano (forza di sinistra, progressista e di attivismo contro la povertà) se si è convinti liberali e non si è mai usciti dal perimetro sociale della Monza bene. Ciò nonostante la Liguria è un esempio: un esempio di quasi tutto ciò che può andare storto se non si corregge il renzismo dilagante nel partito. Ciò non significa che il partito debba tornare ad essere la ditta bersaniana, il partito liquido veltroniano o qualcosa di simile a tutti gli esperimenti già tentati, e certamente un ripensamento su strutture e funzioni è necessario. Inoltre, non è detto che un argine al renzismo nel partito debba rappresentare un freno a Renzi al governo, anzi, si invererebbe la situazione ideale per tutti: libertà di manovra al governo ad una figura la cui leadership non è contendibile ad oggi, e rilegittimazione del partito come corpo intermedio fra istituzioni e cittadinanza, con ritrovata credibilità e capacità di formazione. Temo che andare in questa direzione, che ritengo sarebbe benefica per tutto il centro sinistra, sia però impossibile; il premier è troppo terrorizzato che il partito in mano altrui gli faccia lo stesso scherzetto che lui fece a Letta. Questo tipo di preoccupazione si commenta da sé, ma credo sia opportuno richiamare qui una battuta di Silvio Berlusconi: “Renzi ha una bulimia per il potere molto preoccupante”.

liguria

Share.

L'Autore

Lascia un commento