Regionali, il PD è arrivato primo ma non ha vinto

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Giovanni Toti è stato votato dal 17% dei liguri, Raffaella Paita dal 13%, Luca Pastorino dal 4%. Non si può evitare di partire dai dati dell’affluenza, drammaticamente bassa, di queste elezioni regionali per commentarne i risultati. In Liguria ha votato il 50,2% degli aventi diritto, in Toscana il 48%. Sono numeri che ci raccontano quella che Matteo Orfini, ai tempi del Governo Letta, avrebbe chiamato “torsione oligarchica della democrazia”, ovvero una competizione elettorale che si determina anche grazie all’autoesclusione di una parte consistente, in alcuni casi maggioritaria, del corpo elettorale. Indicativamente, la parte più debole e meno abbiente, ormai disillusa dalla politica e senza speranze di cambiamento. E la competizione viene quindi spostata sulla parte che ancora sceglie di votare.

Intendiamoci: chi non vota, sbaglia. Come si suol dire, chi non vota lascia agli altri il compito di scegliere per se stessi. Ma se il fenomeno è così imponente non si possono chiudere gli occhi, perché siamo in presenza di una scelta politica molto forte e radicata, oltre tutto rafforzata dal voto antisistema (5 stelle mediamente sul 20%) di una parte di chi alle urne si reca tuttora.

Chi sono questi astenuti? Una parte non marginale sono elettori del centrosinistra, che non votano contro il partito a cui si sentono idealmente più vicini (Pastorino non sfonda) ma rimangono direttamente a casa, probabilmente traendo grandi sofferenze per la propria scelta. Sarebbe opportuno, da parte della dirigenza del PD, rispettare questo travaglio anziché irriderlo con i commenti calcistici sul “5 a 2”. Enrico Rossi governerà la toscana rappresentando meno del 25% dei suoi cittadini, De Luca circa il 20% e, al momento, senza garanzie di poter effettivamente ricoprire questa carica, Ceriscioli nelle rosse Marche supera appena il 40%, Marini nella rossissima Umbria ha dovuto aspettare l’alba per essere certa della propria rielezione. Il confronto dei dati, percentuali e assoluti, del PD rispetto alle europee è catastrofico, ma anche rispetto alle regionali del 2010 c’è un calo consistente. Nonostante questo, prevale in 5 regioni, quante ne aveva prima del voto, conquista la Campania ma perde la Liguria.

La Liguria, poi, era quella più interessante. Burlando, durante la campagna elettorale di cinque anni fa, l’ha definita “un sismografo, un nord dove la Lega non è forte, una regione che precorre i casi nazionali”. Dalle parti del Nazareno dovranno augurarsi che Burlando non avesse ragione, perché la Liguria oggi ha dimostrato che il PD da solo contro tutti perde se il centrodestra si presenta unito e con un candidato meno estremista rispetto ai vari Salvini, Meloni ecc. Il PD cala al 24%, la Lega cresce al 20%. L’opzione a sinistra, con Pastorino, non sfonda, perché l’elettorato storico del PD piuttosto che votare per un’altra forza politica non vota del tutto. Oggi il PD è più debole, perché si è dimostrato che vince quando è compatto, come nel 2014, ma la linea del partito in questi mesi è stata quella della sistematica forzatura. La sinistra del PD, a sua volta, si ritrova con pochi argomenti da spendere: fuori dal PD non c’è nulla, la Liguria lo dimostra plasticamente, e dovrà fare la sua parte per ricucire lo strappo.

Il problema di fondo, tuttavia, è un altro. Le scelte politiche del Governo negli ultimi mesi, dal jobs act alla riforma della scuola, dalla riforma costituzionale a quella elettorale, hanno scavato un solco profondo tra il partito e una parte del suo elettorato. Recuperare questo distacco, adesso, diventa molto complesso, e i primi segnali che arrivano da Largo del Nazareno tendono a minimizzare il risultato del voto. Quasi come se l’elettore astensionista fosse considerato alla stregua di “un problema in meno”, piuttosto che di un cittadino che manifesta la propria insofferenza. E magari la manifesta per la prima volta, dopo aver messo la croce sul Partito per tutta la vita.

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L'Autore

27 anni, milanese, è laureato in storia contemporanea presso l’Università degli Studi di Milano. Nel corso degli studi ha approfondito in particolare la storia del socialismo italiano. Membro della direzione regionale lombarda del Partito Democratico e segretario del circolo Milano Futura, fa parte del gruppo di giovani ricercatori della FEPS (la fondazione di studi del PSE) e collabora con riviste e blog di analisi politica tra cui Pandora e Left Wing. Su twitter: @angeloturcomi

1 commento

  1. Enrico Baldi on

    A me pare che queste elezioni hanno sancito la fine del PD. Il partito non guadagna voti a destra e ne perde a sinistra; la conflittualità interna è esasperata e non potrà che crescere ulteriormente.
    Renzi non può certo cambiare linea politica; non può licenziare Padoan e rimettere Fassina.
    Può solo sperare di riuscire a contenere l’emorragia di voti per arrivare al ballottaggio delle politiche con l’Italicum pensando che tra lui e Salvini gli elettori di sinistra dovranno comunque votare lui (ma se al posto di Salvini c’è Grillo viene asfaltato Renzi).
    Non mi pare che fuori dal PD ci sia il nulla; Civati passando dallo 0 al 9% ha avuto una partenza folgorante tenendo anche conto che aveva contro anche quelli della sua area politica a cominciare da Bersani; ha più di una buona ragione per ‘immaginare di esistere politicamente fuori dal PD’ (Fioravanti).
    Mi piacerebbe chiedere ai Giovani Democratici se preferiscono un futuro in un partito simile a quello di Tsipras, un partito di sinistra che lotta contro i poteri forti dell’Europa per difendere il suo popolo o se preferiscono il partito descritto da Paolo Zinna nel suo editoriale: “un grande partito centrale, funzionalmente simile alla DC degli anni ’50 e ’60, entro la quale stava tutto e il contrario di tutto”. Se si preferisce a puntellare il partito-DC piuttosto che contribuire alla nascita di un’alternativa di sinistra si dovrà per lo meno rispondere alla propria coscienza.

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