Toscana, Umbria: il blocco rosso ha tenuto. Renzi, stavolta, ringrazia

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marini rossiL’analisi del voto si fa a freddo e con i numeri, non con le sole percentuali. Dunque questa non è un’analisi del voto delle regionali 2015. L’urgenza di un commento a caldo non consente neppure grande organicità. Dunque, spunti, riflessioni, note, per di più focalizzate sulle regioni rosse. Nulla di più.
Prima osservazione. Il numero dei votanti è molto basso: quasi un elettore su due è stato a casa e, dunque, è rilevante sapere chi sia stato convinto a votare e chi se ne sia bellamente fregato.
Tutti hanno sacche di astensione nel proprio elettorato potenziale ma non tutti della stessa entità. Solo il dato numerico può aiutare a qualificare il fenomeno dell’astensione e a tentare di capirlo, finché ci si limita alle percentuali non lo si vede nemmeno.
In qualche modo, ha vinto chi ha demotivato di meno il proprio elettorato, dandogli una ragione per recarsi al seggio. I numeri assoluti dimostreranno che nessuno, tranne forse Zaia e la Lega, può parlare di espansione. Non per niente il Veneto ha la maggiore percentuale di votanti: i leghisti erano motivati.
La causa dell’astensione non è il ponte del 2 giugno: il voto per i comuni, che si è svolto in contemporanea, ha visto una partecipazione più alta, quasi i due terzi degli elettori si sono scomodati per andare al seggio.
Forse, semplicemente, chi della politica se ne frega altamente, la maggioranza degli italiani, non trova particolarmente significativo avere in Regione Zaia o Moretti, Toti o Paita. E quindi non va a votare: si arrangino loro. La politica rischia l’irrilevanza: come nel calcio contano solo le partite di cartello, per le altre niente pubblico, solo gli addetti ai lavori ed i papà dei ragazzini.
Di certo, la riduzione del numero dei votanti rende più rilevanti le organizzazioni dei partiti, per quelli che ce l’hanno: quello che si chiama voto organizzato e che, ormai, nelle elezioni politiche non conta più nulla, sommerso dal voto di opinione, in situazioni del genere torna ad avere un suo ruolo.
In fin dei conti il 35% dei votanti (Toti in Liguria, governatore vincente meno votato) è poco più del 15% degli aventi diritto: un numero su cui possono incidere con qualche efficacia gli interessi sociali ed economici che si posizionano intorno all’organizzazione di partito, amplificandone l’azione. Naturalmente se esistono e decidono di non stare alla finestra.
Seconda osservazione, parzialmente derivante dalla prima.
Toscana, Umbria, forse Marche, le regioni rosse: decenni di governo della sinistra PCI-PDS-DS-PD hanno consolidato un mondo di interessi intorno alla politica locale. Questi blocchi regionali si sentono attaccati dall’antipolitica grillina o leghista ed hanno fatto quadrato, spingendo gli elettori al voto e costruendo così il successo finale.
Naturalmente, un blocco simile stimola a dar vita a blocchi contrapposti perché molti sono gli esclusi e poche le possibilità di entrare farne parte, visto che le risorse sono in contrazione. Il blocco rosso del centro Italia è l’unico rimasto, dopo la fine dell’era Formigoni in Lombardia e in attesa che si consolidi la presa leghista sul Veneto.
Visto da lontano il centro Italia sembra alla ricerca di qualcuno che rompa il blocco rosso e apra, così, quelle società a nuove prospettive.
Questa ricerca è approdata, innanzitutto, alla Lega, che torna a farsi vedere anche nelle regioni rosse (dove era già apparsa, peraltro, prima del ciclone trota). Poi sui 5 stelle che, però, devono ancora superare una vera prova di governo, visto che Parma è stata scomunicata proprio perché ha provato a governare. Infine una parte del mondo cattolico, come in Umbria.
Per vincere alle regionali, il voto di opinione antisistema avrebbe dovuto sommarsi agli interessi locali degli esclusi, però non ce l’ha fatta. Lega e Cinque stelle hanno portato al seggio quelli che votano col cuore ma non quelli che votano di pelle o con il portafoglio, quindi, continueranno a fare opposizione.
Questo d’altra parte sembrava essere l’obiettivo: un buon risultato percentuale da usare nei talk show e nessuna responsabilità di governo o, per la Lega, nessuna nuova responsabilità di governo. Tutto a sostegno di una strategia che mira, per entrambi, molto più in alto: al ballottaggio dell’Italicum.
Il parzialissimo ragionamento si conclude arrivando in casa PD: i governatori eletti dal PD nel centro Italia ma anche al sud, sono intrinsecamente non-renziani perché rispondono, anzi, devono rispondere, ad altre logiche rispetto a quelle nazionali. Le due candidate che nel loro profilo privilegiavano la renzianità sono state sconfitte: per mille ragioni ma anche perché erano fuori contesto. L’emissario del capo va bene se va a Strasburgo ma per governare una macchina complessa ed un fiume significativo di risorse pubbliche ci vuole altro.
Che giudizio dare di questa tornata elettorale?
Renzi, per parte sua, dirà solo una cosa: 5 a 2. Poi passerà ad altro, o almeno cercherà di farlo. Il compromesso che gli ha consentito il risultato non è stato – e non sarà – con la sinistra, ideologica e conservatrice, del PD ma con il blocco di interessi economici e sociali che ha retto i bastioni del PD nel centro Italia e, in modo diverso, anche in altre regioni. Per consolidare questo voto, conta di più un equilibrio fattivo e non ideologico con Emiliano, De Luca, Rossi, Marini, Ceriscioli e Bersani (Emilia) che con Bindi, Cuperlo, Fassina, Civati, Landini e compagnia.
La tenuta del PD nell’Italia centrale porta, quindi, con sé due notizie per Renzi: una buona ed una cattiva. Quella buona è che la ditta non è morta e lotta insieme a lui. O, almeno, lo farà finché garantirà il controllo di tutte le Regioni meno tre.
Quella cattiva è che è stata quella ditta consegnargli il 5 a 2, non la forza travolgente della sua immagine. E c’è una contraddizione fra guidare un movimento d’opinione e vincere grazie ai blocchi di potere regionali. Perché i gruppi di potere e le oligarchie politiche che essi esprimono, sono intrinsecamente conservatori mentre i movimenti d’opinione devono essere innovatori.
Insomma, la realtà è complessa ed ha la testa dura.

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L'Autore

Laureato in Fisica, esperto di informatica e privacy, Vice Pres. di Webank Spa (2004 – 2012). Deputato dell’Ulivo (1996 – 2001), Segretario prov. e regionale SDI (‘94 – 2008). Promotore del Circolo Online “Fuoriluogo”.

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