Veneto, problema per tutto il Nord

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venezia Queste elezioni regionali hanno dato esiti disomogenei e di difficile lettura. Il Pd ha pagato la sua scarsa organizzazione partitica. In Campania ha presentato un candidato discutibile che, anche se eletto, darà non pochi problemi. Lo stesso sindaco di Napoli li ha e non di poco conto. E questo in una regione dove l’emergenza è di casa. Nelle Marche, in Puglia, in Toscana e in Umbria, anche se qui con un po’ di patemi, gli esiti sono stati più rispondenti alle carature dei candidati. In Liguria si è avuto un karakiri politico di una classe dirigente già molto discutibile e discussa. Il fango di Genova è stato il simbolo di un partito locale poco efficiente e scarsamente sensibile al bene comune. Le primarie hanno poi fatto il resto.
Mi ha invece sorpreso in Veneto non la vittoria di Zaia ma la sua entità: un veneto su due lo ha votato nonostante fra i suoi antagonisti vi fosse Tosi, sindaco capace e politicamente tutt’altro che sprovveduto. Ed è anche la regione dove i Cinque Stelle sono stati sostanzialmente marginali.
Questa situazione merita una riflessione più attenta. Un amico, scherzosamente ma non troppo, mi ha provocato: “solo tu puoi analizzare la situazione Veneta, da bianca a verde, perché?”
Anzitutto Zaia è stato un buon presidente, non si è fatto invischiare negli scandali in cui sono finiti altri nomi illustri, come quelli che hanno maneggiato sul Mose. Ha agito in sintonia con Salvini, anche se i due politicamente non sono simili, e hanno chiuso in una tenaglia Tosi additandolo all’elettorato come il solito voltagabbana traditore. Una lezione questa che anche noi dovremmo imparare: Liguria, primarie e richiami a nuovi partiti o ad espulsioni insegnano. Un altro insegnamento potremmo trarlo: oggi il centro non attrae, ha l’etichetta di vecchia palude dorotea, Passera è stato per Tosi il bacio della morte.
Non sono un sociologo, pertanto non mi addentro nella analisi del voto, né nella transizione dalla DC alla Lega, non è il mio mestiere. Però la sconfitta nel laborioso e un po’ bigotto Veneto ha dimensioni catastrofiche per il PD e per la sinistra in generale, mettendo in quest’area anche i pentastellati. Anche il centro ha fallito miseramente un esperimento che aveva suscitato qualche interesse.
Per Renzi si sta delineando un problema del nord: Liguria e Veneto sono nelle mani del centro destra, a dire il vero una destra che di è rifatta il maquillage e la comunicazione, ma non la cultura politica. A queste aggiungiamo la Lombardia anche se ha qualche problema di governance.
Questo è un problema che pongono gli esiti di queste elezioni, Milano che fra un anno sarà determinante, piaccia o non piaccia, anche per il sindaco metropolitano, sarà la chiave di volta della legislatura più delle sette regioni di questa tornata. Se Renzi avrà il sindaco, anzi i sindaci, quello di Milano e quello metropolitano, porterà a termine la legislatura in bellezza, altrimenti si troverà chiuso nella tenaglia delle opposizioni. Inoltre ora non può contare su una classe dirigente locale coesa e soprattutto solida: tolte poche eccezioni, finora non si è mostrata all’altezza dei compiti. Ma non è mai troppo tardi per rimediare. E di questo Renzi è consapevole.
E’ finora mancato un serio dibattito sul futuro dell’area milanese, si è tutto ridotto ai soliti giochetti nominalistici, con l’aggiunta del toto nomi che tanto appassiona chi è digiuno di un serio ragionamento politico. Non si è neanche preso in considerazione il fatto che, per quanto stabilisce la legge 56/2014, fermamente voluta proprio dal presidente Renzi, i milanesi voteranno per due sindaci: quello metropolitano e quello della città. Ci si può solo consolare che nemmeno le opposizioni hanno preso atto di questo rivolgimento amministrativo. Mal comune mezzo gaudio.

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