REFERENDUM GRECIA, TANTO RUMORE PER NULLA?

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A qualche giorno di distanza dall’esito del referendum, riceviamo e pubblichiamo il punto di vista di Ugo Grottoli.

Dove eravamo rimasti? Ah, sì, alle interruzioni delle trattative negli ultimi giorni di giugno. E quali erano gli elementi del contendere? Per quanto pubblicato dai giornali alla Grecia era richiesto di fare una seria riforma sulle pensioni, una riduzioni delle spese militari, le più alte percentualmente in Europa, una seria riforma fiscale, in Grecia l’evasione è a livelli spropositati e gli armatori non pagano tasse, una riforma dell’IVA, soprattutto togliendo un anacronistico privilegio agli abitanti delle isole.
Nessuno di questi interventi sembrerebbe vessatorio nei confronti dei poveri o dei ceti medi che hanno già subito un pesante abbassamento del proprio regime di vita. Anzi, risparmiando sulle spese militari e facendo pagare le tasse ai più ricchi si potrebbe alleggerire la pressione sui ceti meno avvantaggiati.

Allora qualche perplessità su questo referendum potrebbe legittimarsi anche in chi ha il cuore saldamene a sinistra soprattutto considerando una certa sovrabbondanza retorica con la quale il popolo greco è stato chiamato a dire no: orgoglio nazionale, dignità e rifiuto di farsi umiliare, richiamo alla democrazia di cui la Grecia è stata la culla, fino alle istituzione europee “Terroriste”. Insomma il repertorio tematico che ha animato, con la vittoria del no, i festosi caroselli, in allegra compagnia con i neonazisti di alba dorata e l’estrema destra nazionalista presente nel governo con un ministro della difesa che, presente Tsipras, ha dichiarato, prima del referendum, che “Sarebbe compito dell’esercito mantenere l’ordine”. Promessa tanto inquietante quanto serissima tenuto conto dell’esperienza vissuta dal Paese pochi decenni fa.
Molto più inquietante dello strabiliante Grillo che, intervistato , esorta i Greci “A uscire dall’euro e tornare alla dracma e vivere felici”. Via, si tratta del leader di quella folta compagine di minorenni politici che sono i cinque stelle. Ci sta. Ma gli altri? Quell’allegro gruppo di compagni astratti che dall’Italia si è spostato ad Atene per sostenere e poi festeggiare? Insomma , almeno formalmente c’era in ballo l’ Unione Europea, che ha necessità di riforme , ma resta da salvaguardare senza cedere a manicheismi di maniera con il Golia banchieri assetati di sangue da una parte e il povero David eroico e indifeso dall’altra.

Oltre a galvanizzare l’ondata becera antieuro e antieuropa sparsa nel continente questo referendum un vantaggio a Tsipras l’ha procurato. La sua dimostrata incapacità negoziale ha adesso un formidabile alibi nel risultato del referendum. L’ha voluto il popolo.
Ma davvero ha cambiato le cose? I diciotto dell’euro, quando riprenderanno i negoziati, si siederanno ai tavoli intimiditi da questa affermazione di popolo? Un popolo che, stando anche a quanto scritto da autorevoli commentatori greci ha vissuto il referendum come la domanda se fossero disposti ad accettare ulteriori sacrifici oppure no. Come chiedere a qualcuno se preferisce ammalarsi oppure no.
No, è ragionevole aspettarsi che l’elemento dirimente non cambierà: fai le riforme e avrai i i soldi.
E con le banche chiuse senza soldi in cassa, Tsipras ha poche frecce al suo arco. Forse il giovane leader greco fa troppo affidamento su un assioma di partenza: troppo gravido di conseguenze buttare fuori dall’Europa la Grecia, per il prevedibile danno all’Unione, e troppo strategica la posizione geopolitica che il piccolo Paese occupa come cerniera tra oriente e occidente incuneato tra I Balcani e mondo islamico.

Ma questo assioma avrà comunque un peso notevole ed è logico attendersi che i negoziati si risolveranno con l’ accordo riforme per aiuti.
Auguriamocelo, in modo che l’Europa possa riprendersi per continuare, insieme alla Grecia, il proprio cammino verso una vera Unione Politica senza la quale la crisi di un Paese che rappresenta il 2% del proprio PIL potrebbe ancora produrre cinque anni di estenuanti trattative.

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