Grecia. Dalla crisi o ci si rialza o si muore

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Di Giuseppe Papaleo

Sarebbe bello poter leggere cosa scriveranno i libri di storia dei fatti che si sono susseguiti in questi giorni, non perché viverli non sia abbastanza (qualcuno tra gli attori principali ci ha perso sicuramente in salute) ma perché fare una previsione su cosa avverrà non è mai stato così difficile, e non è mai stato così determinante per il futuro di milioni di persone.

grexit

La situazione del salvataggio della Grecia dal default era complessa in partenza; una soluzione era tutt’altro che scontata se si aggiunge che mai come in questo caso il piano economico della questione si è scontrato con quello politico. Ma andiamo per ordine o meglio andiamo a ritroso, cercando di individuare i motivi per cui si è arrivati ad una situazione di stallo cercando, per quanto possibile, di separare il piano politico da quello economico. Avere un debito pubblico al 186 % del Pil, ovvero aver bisogno di due volte lo Stock di Prodotto Interno Lordo prodotto nell’ultimo anno per ripagare i tuoi debiti, è una di quelle situazione in cui avere un cappio al collo potrebbe essere più confortante. Ma un’analisi del problema non può prescindere dall’evoluzione che ha avuto il dato negli ultimi anni, dalle congiunture economiche in cui tale macigno si è ingigantito e dalle cure economiche che si sono intraprese per cercare di limitare i danni che un debito così elevato poteva generare in un area come l’Europa che, tra conflitti e crisi geopolitiche di confine, cerca ancora di riprendersi dalla crisi pluriennale da cui veniamo.

Il rapporto Debito/Pil ha subito un ascesa impressionante a partire dal 2007 e continuata fino ad oggi. Il che sembra incomprensibile a fronte degli aiuti ricevuti dalla Troika e del taglio al tasso di interessi. Tutti ricordiamo la grave situazione in cui si sono trovati i paesi mediterranei quando all’alba del 2011 i fondi speculativi hanno puntato forte sul default del debito di alcuni paesi, Grecia e Italia in primis, facendo salire alle stelle lo spread. All’epoca lo spread tra i titoli di stato Greci e il Bund tedesco raggiunse il 14 % e il tasso medio di interesse sul debito pubblico, che si aggirava intorno al 145 % del Pil, era del 7 %. Ma in quel periodo si cominciò a temere per la solvibilità del paese, tant’è che più volte le agenzie di rating declassarono il debito greco. Per cui quelli che molti istituti bancari avevano acquistato come titoli di Stato affidabili e che fruttavano alti rendimenti si erano trasformati in titoli tossici, e fu in quel periodo di sofferenza che gli stati Europei, Francia e Germania in primis, ma anche l’Italia tra questi, decisero di comprare i titoli greci, sia bilateralmente, sia attraverso i fondi destinati al salvataggio degli stati, ripulendo i bilanci delle banche nazionali ed evitando l’avvento di rischi sistemici nel settore bancario. Fu da quel momento che il problema economico della Grecia, che riguardava il suo quieto vivere dentro l’Europa, diventò un problema politico di coesistenza tra il paese Ellenico e i singoli Stati dell’Eurozona. Anche FMI e BCE entrarono nel partenariato del paese Ellenico,  cercando di garantire le risorse necessarie a risollevare l’economia dalla stagnazione in cui si trovava da tempo, chiedendo però un insieme di misure restrittive di bilancio, tagli alla spesa e privatizzazioni, insieme a liberalizzazioni del mercato del lavoro che potessero sostenere l’aumento dell’occupazione. Ma la ricetta non sortì l’effetto desiderato, non perché il rigore di bilancio fosse sbagliato in se, ma perché cure che hanno dato fantastici risultati in alcuni paesi come la  Germania, con le sue peculiarità che la rendono il paese trainante l’economia dell’eurozona, non possono essere applicati in copia in un paese come la Grecia. Il primo è un grande esportatore, ha un costo unitario del lavoro che le permette di essere competitivo in numerosi settori, un debito relativamente basso se rapportato al Pil e interessi contenuti grazie all’affidabilità della sua economia. Il secondo invece è un paese dipendente dai finanziamenti Esteri, con un saldo delle partite correnti in negativo dal 2006 in quanto le importazioni (soprattutto dalla Germania) hanno avuto un trend di gran lunga superiore a quello delle esportazioni, con una economia strettamente legata al turismo e quindi sensibile agli shock in determinati periodi dell’anno, e il cui elevato debito pubblico rispetto al modesto PIL, la rende fortemente sensibile agli sbalzi del tasso di interesse. Con i tagli alla spesa pubblica, in un periodo in cui la crisi prima e la recessione poi avevano già provocato un calo interno della domanda, i consumi sono calati ulteriormente. La difficile soluzione finanziaria ha alimentato la fuori uscita dei capitali, riducendo gli investimenti e rendendo difficoltoso il finanziamento del debito che appunto avveniva a tassi di interesse altissimi e ha richiesto l’intervento della Troika. Certo a questo vanno aggiunti i vari problemi di cui abbiamo tanto sentito parlare in questi giorni, ovvero l’elevato tasso di evasione fiscale e la corruzione. Ma se in questo noi Italiani siamo ottimi concorrenti, la nostra situazione non è degenerata come quella Greca. Questo perché le famiglie italiane hanno un tasso di risparmio tra i più alti d’Europa e pur avendo un debito pubblico nominale più alto di quello Greco il nostro Pil è tra i primi quattro d’Europa e solo una minima parte del debito è detenuto all’estero. Le nostre esportazioni sono rimaste superiori alle importazioni, salvo alcuni brevi periodi successivi alla crisi, e, diamo a Cesare quel che è di Cesare, il tasso di interesse che paghiamo sul debito è stato di gran lunga inferiore a quello che pagava la Grecia quando vendeva i suoi titoli sul mercato, a dimostrazione del fatto che, finita la parabola Berlusconi, il nostro paese è riuscito ad assicurarsi in fretta la fiducia dei mercati, non senza ripercussioni sulla fiducia del popolo nella politica. Ma questa è un’altra storia. Il risultato di tutto questo fardello di problemi, affiancato dalle cure da influenza applicate alle placche tumorali che affliggevano il paese Greco, hanno fatto collassare il Pil che, dal 2009, ha perso il 29 %, facendo così alzare ancor di più i rapporti Deficit/PIL e Debito/PIL, fino ai giorni i nostri in cui il tasso di debito rischia di toccare il 200%. Ma è tutto qui? Bastano queste puntualizzazioni a spiegare il perché un paese ricco di capitale umano e culturale come la Grecia rischia il collasso per impossibilità di ripagare i suoi debiti? Secondo me no e vi spiego il perchè.

Immaginate di sedere ad un tavolo con altri quattro amici. Tutti abbiamo 10 € e tutti abbiamo voglia di bere Birra. L’unico nostro amico però che riesce a sostenere il costo di produzione della birra è il nostro amico Germany che, forte della domanda sostenuta da noi, e dai nostri amici Italy, Spain, e France, può sostenere i costi di produzione vendendo al tavolo il suo prodotto.  Dopo un’ora di bevuta felice noi e i nostri tre amici assetati abbiamo finito i nostri 10 €, mentre l’amico Germany si ritrova in tasca i nostri 40 € con cui abbiamo acquistato da lui la birra. Sempre Germany decide di spendere parte delle sue disponibilità acquistando 5 € di cannoli da Italy, 5 € di paella da Spain e 5 € di baguette da France, e in aggiunta presta 5 € ai nostri amici, chiedendo che gliene restituiscano 6, e 10 € li presta a noi, pretendendo che gliene restituiamo 12 €. Freschi delle nuova disponibilità ritorniamo tutti a bere. I nostri amici spendono 9 € per la birra e 1 € lo restituiscono a Germany come costo del prestito ottenuto. Noi invece se volessimo bere dovremmo spendere soldi non nostri bensì presi in prestito. Ma siamo assetati e spendiamo 8 € per bere mentre 2 € li restituiamo a Germany per pagare il costo del prestito concessoci. Il risultato? Germany ha guadagnato 35 € dalla vendita di birra e 5 € se li è presi come pagamento del costo del debito che noi e i nostri amici avevamo nei suoi confronti. In più ha 25 € di credito nei nostri confronti che gli permettono di decidere cosa fare: potrebbe alzarsi dal tavolo, lasciandoci morire di sete, rischiando però di perdere il suo credito nei nostri confronti, o continuare a prestare e vendere birra a noi poveri viziati, diventando sempre più ricco e aumentando i suoi crediti verso i bevitori. Cosa salva Germany? il fatto che si accontenta di due cannoli, due baguette e un po’ di paella e che lui non ha voglia di bere birra. Cosa uccide noi poveri Grecy? il pretendere di bere allo stesso tavolo dei nostri amici, senza riuscire a vendere la nostra salsa yogurt, ma contando sempre e solo sui prestiti del nostro creditore Germany. Cosa serve? Che Germany cominci a regalare birra, o che usi i nostri soldi, o meglio i soldi che noi abbiamo usato per pagargli la birra, per comprare la salsa yogurt che gli fa schifo, o semplicemente che arriva il padrone del tavolo, papà Bruxelles, e decida di restituire di nuovo a tutti i soldi di partenza. Ora fate finta che il tavolo sia in realtà il mercato unico Europeo in cui è facile scambiarsi soldi e prodotti poiché tutti usiamo la stessa moneta e capirete il perché, con queste condizioni di mercato, la Grecia non potrà mai risollevarsi.

In realtà questa è una lettura semplicistica ma che non si discosta dalla rappresentazione che potremmo fare della realtà. Lo dimostra il fatto che più volte la commissione europea ha richiamato la Germania, chiedendo di aumentare la spesa interna per ridurre il saldo delle partite correnti, in positivo e oltre la soglia del 7 %. E’ vero, la Germania riesce a mantenere alto il suo livello di esportazioni perché ha fatto in tempo le riforme, e aggiungerei gli investimenti, che le permettono di mantenere un costo unitario del lavoro basso e quindi alti livelli di competitività nel mercato. Ma è anche il paese che ha sofferto meno il passaggio dalla valuta nazionale all’euro, visto che i due cambi si equiparavano, e senza una palla al piede come il debito italiano o greco da trainare. Insomma è un po’ come la fantomatica meritocrazia applicata a soggetti che partono da basi del tutto diverse. Ma andiamo ancora più indietro nel tempo, ovvero quando la seconda guerra mondiale ci consegnò un’Europa divisa in due con la Germania fulcro di questa divisione. Mentre l’industria pesante trainava l’economia della Repubblica democratica tedesca a giurisdizione URSS, la repubblica Federale tedesca, per via della sua posizione cardine nella strategia NATO di opposizione al comunismo, vedeva affluire capitali da tutto il mondo, soprattutto dagli Stati Uniti col piano Marshall, che permisero in pochissimi anni di ricostruire il paese e far ripartire l’economia. Inoltre nel 1953 la Germania si vide decurtare di circa il 50% il debito pubblico cumulato fino al 1945, e quindi comprensivo delle indennità di guerra relative alla prima guerra mondiale, e sospendere le indennità di guerra per i danni causati dal Nazismo fino a quando le due repubbliche tedesche non fossero state riunificate. Quel che è importante di questo passaggio, al di là del fatto che il taglio del debito ha sicuramente agevolato la ricostruzione del paese, è che i paesi che con la Germania avevano un conto aperto per i danni subiti durante la guerra, decisero di rinunciare alle rispettive indennità per prevenire il crearsi delle condizioni di disordine pubblico già viste con la Repubblica di Weimar, quando gli elevati debiti di guerra dell’epoca e la conseguente inflazione generata nel tentativo di ripagarli, aprirono le porte ad Hitler. La stessa sensibilità non si può dire sia stata ricambiata oggi. Certo all’epoca vi era il comunismo alle porte e quindi “motivazioni” che rendeva giustificabile, per tutti i paesi del blocco occidentale, la rinuncia alle dovute indennità. Oggi invece possiamo chiudere gli occhi sul conflitto al confine tra la Turchia e lo pseudo stato Siriano, sull’immigrazione che spreme i paesi mediterranei e su una crisi da cui alcuni paesi faticano ad uscire: la rigidità di bilancio è l’unica motivazione che conta e un eventuale atteggiamento consenziente verso un taglio del debito greco, potrebbe rendere attraente anche per altri paesi la prospettiva di un taglio del debito. Immagino già quanti paesi cercheranno di trovarsi nelle condizioni attuali della Grecia, ovvero PIL eroso del 29 % in sei anni, debito pubblico quasi il doppio del PIL, disoccupazione al 25 %, tassi di interesse di mercato per il rifinanziamento del debito intorno all’8% e un raiting sul debito degno dei peggiori mutui subprime. Il problema è proprio questo, che l’Europa è un non Stato, troppo condizionata dalle pretese e dalle rivalità tra gli stati, e quindi non in grado di affrontare singolarmente i problemi che riguardano particolari situazioni di crisi come quella Greca. E così quello che è un bel problema dal punto di vista economico diventa un macigno dal punto di vista politico, in un panorama in cui Governi nazionali ed istituzioni Europee faticano a coesistere. La Merkel è tenuta sotto tiro dal suo partito che non vuole nessuna apertura sul fronte della rigidità di bilancio e dell’austerità. Il “falco” Schauble è deciso a spendere i suoi ultimi anni di servizio nel tentativo di immolare la vittima sacrificale Grecia sull’altare degli sprechi e delle ricchezze sperperate, poco attento alle ricchezze che i debiti altrui hanno generato al suo paese. Tsipras invece, convinto che sarebbe riuscito a portare avanti la sua rivoluzione fin dentro le istituzioni europee, è dovuto sottostare alla mancanza di alternative concessegli dai suoi creditori, pena la chiusura dei rubinetti alle banche greche. Prospettiva da suicidio per la BCE che con il suo presidente Draghi ha cercato fin dal primo momento di evitare il verificarsi di condizioni così destabilizzanti per il già fragile equilibrio economico e finanziario che si sta cercando di ricostruire in Europa dopo la crisi. Ed è così che finisci per ritrovarti indeciso tra il ritenere politicamente inutile e controproducente indire un Referendum su un trattato internazionale di natura contabile ed esaltare le gesta del prode presidente greco che, di fronte ad una situazione senza vie d’uscita, tra ricatti e minacce, ha saputo ridare centralità al popolo, seppur cosciente dell’irrilevanza di quella consultazione a livello internazionale. La rappresentazione più nitida della criticità della situazione però c’è stata data però dall’atteggiamento del PSE nell’affrontare la situazione. L’unità con la quale si erano affrontate le elezioni Europee di un anno fa lasciava il posto da una parte agli interessi nazionali, con Shultz e Gabriel impauriti dal rischio di perdere consensi in Germania, se mai si fossero dimostrati flessibili rispetto alla Merkel, e dall’altra all’esigenza di riaprire il discorso sull’integrazione, con Hollande prima, e Renzi poi, soli a portare in alto la bandiera del NOGREXIT. Da solo un partito è riuscito a ricostruire al suo interno la completa distanza che vedeva dibattere le parti al tavolo delle trattative. In mezzo un’accozzaglia di fascisti e populisti intenti a festeggiare per l’esito di un referendum di cui capivano il significato e non condividevano l’idea di fondo, per poi gridare al tradimento quando gli eventi presero una piega che non si aspettavano: vedere Di Battista imprecare per le azioni intraprese dal governatore di un paese in cui non hanno presentato nessuna lista elettorale, è stato il momento di maggiore integrazione europea di tutta questa vicenda. Individuare gli eroi in questa storia è veramente difficile. Tsipras potrebbe esserlo per il senso di democraticità che ha provato a riportare sui banchi europei, se non fosse che indire il referendum era funzionale, in caso di vittoria del SI, a svincolarlo delle responsabilità politiche che l’attuazione del primo piano di salvataggio proposto avrebbe fatto ricadere su di lui. Invece ha vinto il NO, i creditori lo hanno interpretato come un atto di sfida e hanno imposto un piano ancora peggiore che questa volta non ha potuto ne rifiutare ne far votare dal popolo. Junker ha provato a far sentire la sua presenza, ma dall’altra parte del tavolo c’erano i principali azionisti del PPE, partito da cui è stato proposto alla guida di quello che dovrebbe essere l’istituzione europea principale, che gli ricordavano che la Commissione Europea vive delle concessioni economiche degli Stati. Merkel e Schauble hanno interpretato perfettamente la loro parte, per quanto poco condivisibile. Il che li ha resi degli eroi in patria, ma rimangono l’ostacolo più grande al proseguimento del progetto degli Stati Uniti d’Europa. Giudizio opposto per Gabriel e Shultz che teoricamente avrebbero dovuto essere l’alternativa ai primi due e invece ne hanno pienamente copiato la strategia politica. Renzi ha ricoperto prima la parte dell’alunno che ha studiato tanto e per questo non vuole che si regalino voti agli altri compagni di classe, salvo poi mettersi di traverso di fronte all’ipotesi bocciatura del suo compagno di banco. Nel gradino basso del podio Hollande, che ha coordinato le trattative insieme alla Merkel facendo da contrappeso alle dure posizioni portate avanti dalla cancelliere tedesca, nonostante la Francia fosse il secondo paese creditore della Grecia. Medaglia d’argento a Gianni Pittella, colui che ha riportato dignità ai Socialisti e Democratici e al Parlamento Europeo, anche quando il suo presidente e compagno di partito ha preferito abdicare in favore degli onori nazionali; unico a ribadire che un’eventuale Grexit non sarebbe stata una sconfitta della Grecia ma dell’Europa. Il premio di merito ahimè va a Mario Draghi. Ahimè perché pur non essendo un politico ha diffidato delle posizioni dei principali azionisti della BCE, fatto per niente nuovo, sfidando al tavolo delle trattative il ministro delle finanze tedesco Schauble, quando propose un’uscita temporanea della Grecia dal Sistema Monetario Europeo. Ancora una volta il tecnico numero uno si erge a diga verso il proliferare degli interessi nazionali, ponendo un veto sull’uscita della Grecia dall’Euro, consapevole del dissesto che tale circostanza avrebbe arrecato alle già deboli finanze elleniche e alla precaria situazione di equilibrio e crescita dell’eurozona.

Ma la domanda che mi pongo a questo punto è se esiste un’alternativa valida al perdurare di situazioni di contrasto e crisi che ormai si ripetono spesso in Europa, un’alternativa fatta di complicità e crescita, di condivisione e fratellanza, in cui l’europeismo la fa da padrone sulle rivendicazioni nazionali, o bisogna rassegnarci tutti ai nazionalismi e ai populismi che prendono forza in Italia, Francia e Regno Unito, forti delle debolezze che l’Europa sembra non riuscire a superare. Scaricare tutte le colpe sulla Germania, anche se in parte vero, potrebbe essere alla lunga controproducente, sia perché alimenta l’odio tra cittadini di diverse nazioni, facendo smarrire il sentimento di fratellanza che dovrebbe essere alla base del cittadino europeo del nuovo millennio, sia perché distoglie l’attenzione dai problemi interni degli Stati, un ostacolo non banale verso l’unificazione del debito, delle politiche fiscali e della politica estera degli Stati dell’Eurozona. Eppure vedere il grande carro Europa farsi bloccare nel suo percorso da un ramoscello finito per strada o da un po’ di vento di libertà proveniente dall’Africa, oltre a farmi sentire impotente ci mette al corrente di quanto è difficile un pensar comune quando gli egoismi nazionali prevalgono sulle scelte politiche dei loro governanti.

Se potessi leggere oggi i libri di storia di domani, e vedere come racconteranno i fatti convulsi vissuti in questi giorni, mi piacerebbe avere la consapevolezza che, così come il trattato di Roma con cui nacque l’Europa fu la conseguenza di una delle pagine più brutte della storia contemporanea, la crisi finanziaria e quella politica che ne è seguita abbiano ridato spinta e forza al progetto europeo per cui hanno lottato i nostri padri e che al momento sembra arenatosi sulla spiaggia dell’isola di Ventotene. Forse perché sono consapevole oggi che se non riprende immediatamente il cammino verso gli Stati Uniti d’Europa, quello che è partito come un sogno sarà destinato a rimanere tale.

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1 commento

  1. Enrico Baldi on

    Il caso della Grecia che si riduce in una condizione di sottomissione nei confronti dei creditori è solo l’ultimo di una lunga serie. Il meccanismo dell’espansione del credito estero seguito dopo qualche tempo da una improvvisa ritirata dei capitali, il conseguente stato di crisi della nazione che rischia la bancarotta perché non trova capitali sostitutivi, l’arrivo di un ente sovranazionale come il Fondo Monetario Internazionale che impone riforme economiche e politiche a vantaggio dei creditori è un meccanismo che si è ripetuto molte volte nella storia economica degli ultimi decenni. Il caso della Grecia è un po’ fuorviante perché questa nazione ha talmente tanti problemi di corruzione, evasione fiscale, malgoverno etc. (ne sappiamo qualcosa anche noi in Italia…) che sembra veramente che la ‘colpa’ sia dei debitori.
    Ma la stessa identica cosa è successa ad esempio alla Corea del Sud alla fine degli anni 90’; questa nazione era ed è un delle più dinamiche, flessibili e competitive economie del pianeta ma come ci racconta Stiglitz (in “La globalizzazione e i suoi oppositori” – del 2002 – nel capitolo dedicato alla crisi dell’Est asiatico) “mentre all’inizio della sua trasformazione [la Corea del Sud] aveva controllato rigorosamente i mercati finanziari, sottoposta alla pressione degli Stati Uniti aveva acconsentito con riluttanza che le sue imprese contraessero prestiti all’estero. Così facendo le aziende si esponevano ai capricci del mercato internazionale: verso la fine del 1997, cominciò a correre voce a Wall Street che la Corea fosse nei guai, che non sarebbe stata capace di rinnovare i debiti in scadenza presso le banche occidentali e che non aveva le riserve per rimborsarli. Voci di questo genere possono trasformarsi in profezie che si autoavverano. Avevo sentito circolare tali voci alla Banca mondiale, molto prima che arrivassero sui giornali, e sapevo che cosa significavano. In breve tempo le banche, che fino a pochissimo tempo prima erano ansiose di concedere prestiti alle aziende coreane, decisero di non rinnovare i prestiti. Quando tutte le banche decisero di non rinnovare i prestiti, la profezia si autoavverò: la Corea era davvero nei guai.”
    Nella fase successiva arriva il FMI che “fornì enormi somme di denaro. … Ma il denaro servì ad un altro scopo: consentì ai paesi di dare alle aziende che avevano contratto prestiti con le banche occidentali i dollari per rimborsarli. Si è trattato quindi, in parte, di un salvataggio delle banche internazionali oltre che di un salvataggio del paese. … Il FMI unì al denaro le condizioni, in un pacchetto di misure che avrebbe dovuto risolvere i problemi alla base della crisi. … Si prevede inoltre una serie di “riforme strutturali”, vale a dire dei cambiamenti nella struttura dell’economia, che viene giudicata responsabile dei problemi del paese. … Queste condizioni erano di così ampia portata che i paesi che accettavano i finanziamenti finivano per rinunciare a gran parte della loro sovranità economica. … I programmi – con tutte le loro condizioni e tutto il loro denaro – sono falliti. … Imbarazzato dal fallimento della sua ricetta, il Fmi ha puntualmente incolpato il paese di turno di non aver attuato sul serio le riforme necessarie…. Con l’aggravarsi della crisi, la disoccupazione è andata alle stelle, il PIL è crollato, le banche hanno chiuso. La percentuale dei disoccupati è quadruplicata in Corea … Nella Corea del Sud, la povertà urbana è quasi triplicata e circa un quarto della popolazione è caduto in povertà”
    Come si vede la storia di questi giorni della Grecia era già scritta in un libro del 2002 relativamente ad un paese che era uno dei maggiori successi dell’economia capitalista.
    Il paragrafo seguente del libro si intitola “Come le politiche dell’FMI e del Tesoro degli Stati Uniti hanno portato alla crisi.” Basta sostituire gli attori di allora con la Troika di oggi e il quadro è completo.
    Conclusione il problema non è la Grecia ma la Finanza mondiale che si comporta in modo criminale portando povertà e aumentando le disuguaglianze.
    E la proposta forte del PD per risolvere i problemi dell’economia è l’abolizione della tassa sulla prima casa!

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