La destra populista e i suoi inconsapevoli alleati

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Le elezioni in molti paeImmaginesi europei hanno premiato forze inaspettate e, fra queste, le nuove destre populiste. Perché? Cosa ci riserva il futuro? Il libro di Eva Giovannini aiuta a rispondere a queste domande, affiancando interviste ai leader e flash sui militanti; perciò lo si può leggere da due punti di vista, diversi ma entrambi interessanti: per conoscere la natura di questi partiti e la loro organizzazione, oppure per capire le ragioni del consenso che ottengono.

Su questo secondo punto vorrei fare qualche riflessione. A me pare illuminante il caso di Margate, cittadina sulla Manica rovinata dalla decadenza del turismo estivo: i voli low cost oggi portano gli inglesi in ferie in Costa Brava e lasciano desolata la costa del Kent. La globalizzazione, ahimè, è ambivalente: bene per molti, come abbiamo sempre detto (in Costa Brava c’è molto più sole!) ma anche male per altri, cosa che forse non abbiamo visto abbastanza. A Margate non ci sono “i cattivi” a guadagnarne, ma i danni ci sono, eccome! Non è sorprendente che, come succede anche nella ricca Germania, le regioni più povere votino a destra.

I perdenti nel mondo globale hanno imparato ad avere paura, una paura profonda e giustificata, di insicurezza, di perdita di status, di povertà. Gli “imprenditori della paura” la eccitano e la rilanciano, ma non avrebbero successo se mancassero i fatti sottostanti. Quasi sempre, l’origine della minaccia è invisibile, inconoscibile all’abitante di Margate, e per questo ancora peggiore e più spaventosa. La paura dell’ignoto diventa paura del cambiamento, del diverso, dell’oggetto visibile che è simbolo della discontinuità: l’immigrato, che ai tempi felici non c’era. L’europeo impaurito cerca e trova la risposta più facile, più semplificata: i vari De Corato e Salvini gliela danno.

Ad un livello appena più sofisticato, c’è l’ostilità verso Bruxelles, i “grandi”, le élites transnazionali. Questa ostilità ha radici nei fatti: “il prezzo del latte e la provenienza delle carni” che fanno concorrenza alle sue vacche, sono la ragione del lepenismo dell’agricoltore francese intervistato (tema attualissimo in Lombardia in questi giorni!). In questo campo, per lo meno, la radice del danno subito è individuata razionalmente, ma resta un’entità astratta, non un’esperienza diretta: non ci son più i “padroni” della fabbrica di una volta, concreti, presenti, antipatici, che causavano quasi automaticamente la nascita della lega operaia. Non nasce la solidarietà fra tutti “noi” verso “loro”, ciò che avremmo un tempo chiamato la “coscienza di classe”. “Noi” siamo frammentati fra mille esperienze di vita diverse e quindi manca l’impulso all’azione comune fra eguali, “loro” sono regole, norme, decisori non identificabili e quindi difficili da combattere: non possiamo evidentemente prendercela con Ryanair! Tutto questo può spiegare perché “i perdenti non vanno a sinistra”. [L’eccezione greca forse è dovuta anche all’esistenza di un “nemico unificante”: la Troika e di un simbolo preciso: il Memorandum].

La sinistra europea, il PSE, invece, balbetta smarrita: Schroder si stupiva che i datori di lavoro tedeschi continuino ad approfittare dei vantaggi elargiti dal suo governo anche dopo la fine dell’emergenza, ma guarda un po’ … E ci sono casi infiniti, anche in Italia, di ingenuità simili. Perché siamo così inefficaci? In generale, mi sembra che gli eredi della sinistra non sappiano riconoscere che la globalizzazione ha fatto nascere dei perdenti, dei perdenti reali che hanno tutti i diritti di essere rappresentati. Invece di interpretarli, li si squalifica come rozzi e ignoranti, e, in politica, si tenta di neutralizzarli con sistemi sempre più maggioritari e di centralizzazione delle decisioni.

Stiamo impostando le prossime elezioni contrapponendo non già la sinistra e la destra, ma “gli informati, i razionali, gli europeisti” verso “la pancia, i sentimenti elementari, quelli che non capiscono”. Al di là delle profonda antipatia che mi suscita questo atteggiamento, vorrei esprimere un avvertimento: attenzione, alle europee del 2014 i “razionali” sono stati solo il 40% dell’elettorato potenziale. Il sistema si regge solo sul fatto che molti, che potrebbero andare a votare, pensano che “i partiti non rappresentano più nulla e votare non ha più senso” (Houellebecq).

Concludo con un’osservazione su cultura e organizzazione delle nuove destre: ma “nuove” in che senso? non hanno nulla di nuovo, anzi mostrano sorprendenti parallelismi con la destra europea del passato: “non siamo di destra, destra e sinistra sono superate”, ad esempio, è stata l’affermazione di tutti i conservatori fin dal 1800. L’ostilità per il diverso, l’immigrato, in passato l’ebreo, cos’ha di nuovo? Il culto dell’identità immutabile della patria, per definizione superiore ad ogni altra, è una costante secolare. Lavoro, famiglia e patria, valori di queste forze, corrispondono perfettamente a “Travail Famille Patrie”, motto delle monete di Vichy. Persino certe particolarità delle forme politiche si ripetono: Finazzi ha ricordato la Polonia degli anni ‘30, qui aggiungo che la dialettica fra Orban e Jobbik in Ungheria riproduce perfettamente quella di allora fra l’ammiraglio Horty ed i seguaci di Gyula Gombos …

Non è dei partiti di destra che dobbiamo preoccuparci, sono i popoli smarriti a chiederci risposte più adeguate.

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L'Autore

Ingegnere, manager e consulente, già Consigliere di Amministrazione SOGEMI spa.
Presidente Associazione Casa dei Circoli.
Direzione Metropolitana Milano, Comitato di Tesoreria, già Segretario Circolo Milano Futura.
Aree di interesse: industria, lavoro, esteri, forma partito.

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