A proposito di congresso GD 2016 – I temi

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Congresso gd

Le tematiche che vedranno impegnata la nostra organizzazione sono parecchie, molte analizzate nel periodo congressuale, altre emerse direttamente all’assemblea del 19 e 20 Marzo. Si è parlato tanto di Europa, e del nostro ruolo per rilanciarne il sogno federalista; si è parlato di diritti e del nostro lavoro a sostegno del DDL Cirinnà; si è parlato parecchio del Referendum sulle trivelle e forse poco invece del referendum sulla riforma Costituzionale; abbiamo parlato tanto di guerre e crisi geopolitiche, del ruolo dei nostri presunti alleati, ma poco si è parlato del fatto che il mercato impone a molti paesi ricchi e apparentemente pacifisti di esser complici nel finanziamento della guerra dei terroristi, essendo compratori di oro nero in nero, o armatori, avendo aziende nazionali che vendono armi a paesi del Golfo che a sua volta le rivendono a gruppi terroristici; Si è parlato molto del mezzogiorno, senza però sottolineare che i problemi economici del Sud, alcuni acuitisi in seguito all’accordo economico che apre le porte commerciali dell’Europa ad alcuni paesi dell’Africa Mediterranea, non potranno mai essere superati se non si da la possibilità al mezzogiorno di essere competitivo, tramite investimenti in infrastrutture ma anche in formazione e ricerca.
Io vorrei focalizzarmi su alcuni di essi, non perché non reputi gli altri importanti, ma perché ritengo questi fondamentali per chi come noi cerca di impegnarsi oggi per avere domani un mondo e anche una politica migliore:

  • Sostenibilità ambientale: In questi giorni fermenta il dibattito sul referendum che annullerebbe il rinnovo automatico delle licenze per le trivelle di Gas e Petrolio presenti nei nostri mari entro le 12 miglia. La politica energetica di un paese non la decide un referendum, non la decide questo referendum. La politica energetica la decide la politica ed il nostro è un partito politico attualmente al governo (seppur con tutti i limiti del caso). La possibilità di astenersi è una possibilità legittima e forse anche giusta in questo caso. Ma un partito Politico di ispirazione maggioritaria come il nostro non può lavarsi le mani dal dibattito che questo referendum ha aperto consigliando l’astensione. Un partito come il nostro deve dare risposte, dicendo anche che forse, sarebbe meglio evitare che le piattaforme diventino, per via di un referendum male interpretato, mostri nel deserto, o meglio mostri dei nostri mari, e lavorare invece affinché si faccia in modo che le imprese che sfruttano quei giacimenti possano continuare a farlo, garantendo redditività e minori costi per noi, ma soprattutto garantendo sicurezza nei nostri mari e certezza che, una volta esauriti quei giacimenti, le piattaforme verranno smantellate. Bisognerebbe però allo stesso tempo incentivare, se non obbligare, le grandi imprese energetiche che sfruttano i nostri giacimenti tutti, marittimi e terrestri, entro ed oltre le 12 miglia, che una parte degli utili ottenuti grazie allo sfruttamento delle risorse del nostro territorio, vengano reinvestiti in processi di bonifica delle aree sfruttate o in programmi di ammodernamento della rete energetica del nostro paese e di sfruttamento delle risorse rinnovabili. Bisogna infatti dare garanzie, ai tesserati del nostro partito e a tutti, che c’è una chiara politica energetica che il nostro partito vuole mettere in atto e che forse questa non può fare a meno dei finanziamenti o dei risparmi che anche quei giacimenti riescono a garantire, evitando che il nostro paese aumenti la dipendenza energetica dall’estero. Bisogna anche avere il coraggio di andare in Europa e dire che gli incentivi non bastano più, servono investimenti in R&D ma anche strutturali, che agevoli lo sviluppo di tecnologie per le energie rinnovabili anche in quei paesi con un background ridotto, perché a poco serve rivendicare una auspicata sostenibilità energetica nel nostro paese se attorno a noi continuano a bruciare ossigeno o se al confine tra Siria e Turchia continua a passare Greggio di contrabbando, lo stesso che finanzia gli attentati che ci colpiscono. Bisogna anche, e qui il nostro ruolo come giovanile diventa fondamentale, porsi l’obiettivo di educare una generazione al rispetto dell’ambiente al risparmio energetico e di risorse fondamentali come l’acqua. Ogni persona che fuma una sigaretta brucia in media l’ossigeno utile per 5 respirazioni durante un’attività fisica. E’ doveroso pretendere quanto meno che si abbia la decenza di trovare nelle vicinanze un secchio della spazzatura dove buttare il mozzicone. Ogni albero durante le ore di sole aggiunge ore, giorni, mesi e anche anni di vita futura al nostro ecosistema, trasformando l’anidride carbonica presente nell’aria in ossigeno. Ogni foglio, giornale, cartone che non riusciamo a differenziare e a riciclare condanna i nostri successori a dover fare i conti con un aria sempre più irrespirabile anche per via di un numero sempre maggiore di alberi che verrà abbattuto. Non basta quindi votare in un modo o nell’altro ad un referendum. Dobbiamo renderci conto che ogni nostro comportamento, dall’uso macchina al posto del treno, all’acquisto di imballaggi non differenziabili, si ripercuote sulla collettività e questo, noi che facciamo politica per dare risposte collettive ai problemi dei singolo, non ce lo possiamo permettere. Così come non può un partito come il nostro non assumersi la responsabilità di dover anticipare le tappe e far si che il nostro paese possa migliorare in tempi brevi gli standard di sostenibilità ambientale sotto tutti i punti di vista, da quello industriale a quello familiare, passando ovviamente per quello energetico.
  • Riforma dei partiti e finanziamento pubblico: Qualche giovane più o meno democratico pensa che questo non sia un tema che debba interessare ai giovani. Io penso che i partiti che costruiamo oggi saranno le nostre case domani ed è doveroso che noi per primi ci facciamo carico della responsabilità di costruire una casa per tutti coloro che vogliano impegnarsi in politica, in grado di eliminare le barriere reddituali che oggi ostacolano l’impegno di molti e di selezionare la classe dirigente secondo criteri di moralità, responsabilità civile e competenza, e che si proponga quindi di formarla adeguatamente per il ruolo che andrà a svolgere. Questo oggi non avviene. Lo scenario politico è dominato da forze o partiti politici che dipendono dalle donazioni di pochi, chi attraverso un blog chi attraverso un assegno da parte dell’imprenditore di fiducia. In questo modo si vincolano i partiti e chi ne fa parte a compiere azioni che ne garantiscano la sopravvivenza, una specie di vincolo di mandato non nei confronti degli elettori bensì verso i finanziatori degli stessi, in barba alla nostra costituzione che non solo rinnega l’esistenza del vincolo di mandato ma ripone sui partiti (art. 49) la responsabilità di farsi strumento nelle mani dei cittadini per permettere a tutti di esercitare la propria volontà politica. L’art. 53 distribuisce su tutti l’onere economico di concorrere alle spese pubbliche, ognuno nelle proprie possibilità e con meccanismo progressivo. Bisogna allora decidere se considerare una spesa pubblica la garanzia per ogni cittadino di avere la possibilità di impegnarsi in politica o se è giusto che sia riposta nelle mani di pochi la scelta su chi può e chi non può farlo. Noi per primi abbiamo sperimentato i limiti che l’eliminazione del finanziamento pubblico ha comportato per la formazione e per le nostre attività. Un partito che si definisca tale, e cioè che non sia semplicemente un movimento capeggiato da un leader carismatico, non può temere l’impatto mediatico di una riforma sui partiti che reintroduca anche il finanziamento pubblico. Un partito come il nostro deve avere la forza di definire quali sono le regole a cui devono sottoporsi i partiti (chiarezza dei bilanci, anagrafe di partecipanti e finanziatori privati, elenco di fondazioni e altri finanziatori, registro delle attività compiute sul territorio, presenza di organi democratici per la scelta delle linee guida e dei propri rappresentanti) e di garantire a tutti pari opportunità.
    Inoltre va detto, che per quanto possiamo criticarli, siamo riusciti a farci superare dal Movimento 5 Stelle sul piano della comunicazione interna. Non che voglia elogiare i loro meccanismi di comunicazione, anzi li ritengo limitati e limitanti, ma il nostro partito è l’unico a svolgere un tesseramento su tutto il territorio e ad avere circoli che fungano da presidi locali. Siamo dotati di un registro anagrafico più o meno dettagliato di tutti i nostri iscritti. Non siamo stati però in grado di sfruttare questa radicalizzazione sul territorio e di usare i sistemi informatici per costruire meccanismi di consultazione permanente dei nostri iscritti, riguardo macro temi (ad esempio la questione energetica) o riguardo singole specificità (ad esempio la riforma del parlamento). Non è accettabile nel 2016 che un partito come il nostro non si ponga l’obiettivi di allargare la partecipazione permanente dei propri iscritti e si limiti a dare la possibilità di esprimere le proprie posizioni a chi ha un politico di riferimento. Non possiamo permetterci che il PD non abbia il polso su quale siano le priorità per i nostri iscritti, specie su temi sensibili e che riguardano una fetta ampia del nostro elettorato e della nostra popolazione. Anche qui come per i GD vale la regola che non basta un congresso ogni 3 anni per stabilire quale sia la linea politica da mantenere. I nostri iscritti hanno bisogno di essere ascoltati e sentirsi considerati o finiranno per rinunciare a rinnovare la tessera e purtroppo anche a votare. Su questo tema sarebbe bello che noi GD potessimo fare da esempio per il partito, dimostrando come attraverso la condivisione in rete di campagne, idee, punti di vista e anche la discussione, possa nascere non solo un momento di consultazione ma anche di analisi ed elaborazione, che faccia emergere non solo le buone pratiche adottate in alcuni nostri territorio ma che ambisca a fornire soluzioni concrete a molti dei problemi con cui ci confrontiamo quotidianamente.
  • Università e scuole: Le direttive Europee dicono che il nostro paese sia indietro per quanto riguarda il tasso di laureati. Inutile negare che questo si ripercuota anche sul tasso di occupazione giovanile. Il nostro paese non è in grado ne di offrire nuove opportunità per una generazione, ne di cogliere e soddisfare i sogni dei giovani. Stiamo creando un sistema universitario profondamente concorrenziale anche se la concorrenza perfetta tra le università Italiane non c’è e non ci sarà mai. Abbiamo costretto le università a competere sullo stesso terreno di battaglia pur sapendo che ogni università ha specificità che non può e non deve abbandonare e sorvolando sulle differenze e sulle diverse esigenze delle aree che le ospitano. Si da più peso al numero di abbandoni che al salto didattico che le università riescono a portare nei territori più disagiati. Vengono penalizzate le università senza tener conto delle difficoltà oggettive che possono riscontrare. Si pensa che una università di Milano abbia le stesse esigenze, lo stesso potenziale e lo stesso bacino di studenti dell’università di Messina. Si rischia di andare incontro al fallimento del sistema perché si guarda e si elogia chi sta al top delle classifiche nazionali, università in cui magari si pagano 10000 € e che grazie a questo riescono a garantire un servizio di qualità, mentre non si valorizzano le università grazie alle quali studenti normali, che 10000€ l’anno non possono permettersi di spenderli, riescono a credere ancora nei propri sogni. Associazioni come la RUN svolgono un lavoro fondamentale per migliorare e risolvere molti problemi ma questo non è abbastanza. Serve rendere queste associazioni ed il lavoro che svolgono nei territori non solo parte integrante dell’organizzazione ma interlocutori del partito e del governo. Migliaia di ragazzi si spendono nei territori nell’attività di rappresentanza, spesso da soli, senza un coordinamento, dedicando tempo ed energie a risolvere i problemi di qualcun altro che magari non sa nemmeno della loro esistenza. La giovanile ha l’obbligo di valorizzare il lavoro svolto da questi ragazzi mettendoli al centro di un progetto di revisione del sistema universitario perché i ragazzi che ora frequentano l’università sanno riconoscere quali sono i problemi e quali le soluzioni da trovare meglio di chi l’università l’ha frequentata anni fa o non c’è mai stato. Ma soprattutto non lasciamo che passi l’idea che le università vivano in un mercato concorrenziale in cui bisogna applicare semplici regole sull’equilibrio tra costi e ricavi perché non si parla di un prodotto commerciale qualsiasi ma del futuro di migliaia di ragazzi. La più grande ambiguità del sistema universitario italiano è che l’FFO, fondo di finanziamento ordinario, appunto destinato e finalizzato al finanziamento dell’attività ordinaria, assegni in modo premiale quasi il 20 % della sua consistenza, imponendo agli atenei scelte volte all’inseguimento di quei fondi e non all’accessibilità e all’utilità per gli studenti. Qua non si tratta più di essere Choosy o schizzinosi, qua serve ricostruire un legame di fiducia tra i giovani ed il nostro paese valorizzando ogni singola competenza che essi riescono ad acquisire durante il loro percorso di studi e quindi incoraggiando gli stessi a proseguire gli studi e non ostacolandoli imponendo l’adozione dell’accesso a numero programmato a molti atenei senza una reale esigenza di fondo, se non quella di apparire una università di alto rango, di quella che fa entrare solo gli studenti più bravi, cosa non sempre verificabile tramite un test a crocette. Oggi l’università Italiana ha smarrito la propria mission perché ha smesso di credere nel valore degli insegnamenti e degli esami che gli studenti sostengono, dando più importanza alla preparazione iniziale degli aspiranti studenti universitari che al miglioramento ottenuto durante il loro percorso; ha smesso di credere nei diversi profili professionali che le diverse università contribuiscono a creare favorendo una diversificazione delle competenze; ha smesso di credere nel potere di creare coesione tra i territori, preferendo invece creare concorrenza e a volte persino conflittualità tra ragazzi all’interno di una stessa generazione.
  • Politiche Europee e Immigrazione: siamo spesso definiti come la generazione Erasmus, che sta a simboleggiare ciò che l’Europa è riuscita a garantire alla nostra generazione. Noi però siamo molto di più, siamo la generazione che è riuscita a far sparire i confini tra nazioni dalle nostre menti, siamo coloro che cercano di superare l’unica differenza che c’è tra noi e dei ragazzi di un altro paese, ovvero la lingua. Nel frattempo però, quei confini ancora presenti, soprattutto in contesti economici ma anche in contesti sociali, rischiano di far crollare quel sogno che era l’Europa e probabilmente noi perderemo anche l’Erasmus. Un anno fa si cercava di buttare fuori dall’Unione un paese perché non rispettava la rigidità di bilancio, sorvolando sul fatto che tutti i suoi debiti rappresentavano crediti per altri, gli stessi che vantavano solidità di bilancio ottenute grazie anche agli interessi sui titoli di debito dei paesi in difficoltà. L’Europa si è trasformata in un mercato da strada in cui se non sei bravo a vendere finisci per essere sopraffatto e poi acquisito dal vicino di bancarella. Abbiamo imposto e accelerare  la creazione di un mercato unico per le merci e per i capitali ma non vi è un bilancio unico dell’Europa ne una politica che riequilibri le bilance commerciali e delle partite correnti dei paesi, il che penalizza sicuramente chi ha un debito pubblico più grande come noi, o chi non è riuscito a stare al passo della competitività di altri paesi. Eppure è anche grazie alla spesa e all’indebitamento elevato di quei paesi che altri oggi possono definirsi virtuosi.
    Abbiamo abbattuto i muri fisici per costruire muri economici. E adesso che i muri fisici sembrano risorgere in alcuni paesi ci rendiamo conto che il progetto Europa non ha futuro e che forse, quelli che nel tempo abbiamo giustificato come incidenti di percorso o crisi temporanee, nascondevano dietro un problema assai più grande e oggi difficile da riparare. Come spiegheremo ai nostri figli che l’Unione Europea, comprendente 5 tra i 9 paesi più ricchi al mondo, è stata messa in ginocchio da una crisi migratoria pluriennale, simile alle tante che la nostra storia ha incontrato più volte, vedendoci spesso protagonisti? Come spiegheremo a loro che i paesi responsabili di 2 guerre mondiali, unitisi affinché si evitasse che ciò accadesse di nuovo, non riescono a governare le crisi geopolitiche che ci circondano e pagano miliardi di euro alla Turchia, aspirante membro UE che viola tantissimi diritti fondamentali dell’uomo e che si arricchisce fomentando rivolte e conflitti nell’area mediorientale, affinché risolva i problemi per conto nostro, cosa che mai farà realmente? Come scriveremo sui libri di storia, che i paesi protagonisti dei più grandi soprusi verso le aree sottosviluppate o in via di sviluppo di Africa ed Asia, si chiusero a riccio o fuggirono quando le popolazioni di quei paesi gli presentano il conto delle loro azioni? L’Europa non può più aspettare all’uscio della porta, sperando che il prossimo a citofonare non sia un disgraziato qualunque che ha superato le pene dell’inferno per scappare dal proprio paese, alla ricerca di un futuro migliore per i propri figli. Serve prevenzione sul campo della lotta al terrorismo, sicuramente coinvolgendo e coordinando insieme le forze di polizia e di intelligence dei paesi membri. Ma serve anche un ruolo attivo nelle politiche internazionali, non più come singoli paesi, basandosi su chi ha più interessi per quella singola questione (vedi Germania su caso Ucraina o Italia e Francia su caso Libia), ma agendo come comunità. Serve rispondere con l’integrazione a chi oggi usa l’arma della paura (a scopo bellico o a scopo elettorale). L’Islam è un mondo in subbuglio ma non possiamo assolutamente permetterci che giovani sfiduciati smettano di credere nelle possibilità di integrazione, crescita e redenzione che può offrire una comunità libera e finiscano per cedere alle avance e alla propaganda di un gruppo di pazzi che pone su un piano religioso una questione meramente politica. Bisogna soprattutto rendersi conto degli errori compiuti nel passato, affinché non se ne ripetano di altri nel futuro.

Questi sono alcuni dei temi che non possiamo non mettere al centro della nostra agenda, sui territori, a livello nazionale e anche a livello europeo. Avrei tanto voluto parlare della questione del mezzogiorno ma servirebbe un libro ben più grande degli scritti di Gramsci sul tema.
Dobbiamo essere in grado di sfruttare tutta la nostra rete, di coinvolgere i nostri rappresentanti nelle istituzioni e soprattutto di invadere il partito con la ricchezza e l’effervescenza delle nostre idee, consci del fatto che a doversi misurare domani con le conseguenze delle azioni politiche intraprese da governi e rappresentanti politici attuali saremo noi. Bisogna quindi scegliere se essere i protagonisti di un cambiamento che ci interessa per primi o se vogliamo ritrovarci in futuro ancora qui a cercare soluzioni impossibili a problemi che la nostra titubanza potrebbe aver contribuito a creare.
La forza delle nostra azione politica sta nel piccolo contributo che ognuno di noi è in grado di offrire per il perseguimento di una causa comune. Basta solo rendersi conto che la causa comune è il nostro futuro.
In fondo, presi singolarmente, siamo solo piccoli granelli di sabbia che fanno fatica ad opporsi al potere del vento ma tutti insieme possiamo diventare una spiaggia bellissima, bagnata e mai sopraffatta, dalle onde del nostro futuro. Allora si che anche le alte maree in cui temiamo di annegare in tempi non facili come i nostri si ritireranno, lasciando emergere quanto di bello avevano coperto.

 

Giuseppe Papaleo

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L'Autore

Giuseppe Papaleo, nato a Ragusa nel 1992. Studia Economia presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca, in cui ha svolto e svolge tutt’ora attività di rappresentanza. Segretario del “Circolo Universitario A. Greppi” dei Giovani Democratici di Milano. Iscritto al Partito Democratico.

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