Ho visto Bruno Vespa intervistare Riina jr.

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il figlio del capoOk lo ammetto, ieri ho dedicato qualche minuto a Rai uno e a porta a porta, programma che seguo raramente. Sono anche io consapevole e d’accordo sul fatto che bisogna evitare di offrire una passerella gratuita a piccoli peccatori (si parla di piccolezza di anima) in cerca di redenzione. Volendo comunque fare un paio di considerazioni non posso non sottolineare come dal racconto di ieri del figlio di Riina, o meglio da quel poco che ho avuto la pazienza di ascoltare, emerga che la classica famiglia mafiosa vivesse come una normale famiglia, senza una reale latitanza, con tutte le possibilità riconosciute alle famiglie normali, senza sentire minimamente il peso dei loro misfatti, protetta da un guscio di omertà e accondiscendenza generale. Questo è un problema esistente tutt’ora in molte realtà, con la differenza che quel in quel guscio si è inserito un nuovo fenomeno, ovvero un certo tipo di antimafia di professione, e cioè quella fatta non da persone che combattono la mafia correndo rischi e pericoli (procure e forze dell’ordine ma anche imprenditori e associazioni), ma da personaggetti convinti che basti non essere mafiosi per essere antimafiosi, costruendo magari su questo il proprio consenso politico, o ancora peggio da personaggi economicamente e politicamente influenti, che dietro il velo affascinante dell’antimafia nascondono rapporti continui e proficui con la criminalità organizzata.

L’intervista di ieri ha mostrato anche un altro volto macabro dell’indecenza che si annida nel sangue mafioso, e cioè la sensazione che il boss o il mafioso viva in un mondo interposto tra Dio e tutti gli altri e che il giudizio di Dio conti più della giustizia comunemente riconosciuta, come a dire che Dio e la sua mancata ira sulla famiglia dei Boss, certifichi la correttezza dell’operato di Riina mentre le condanne giudiziarie e le morti e tutto quanto di più merdoso la mafia ha generato, sono semplicemente opinabili perchè necessarie agli occhi di qualcuno. Perdonatemi se oso paragonare questo velo protezionistico dato dalla fede e dalla religiosità con quello sotto cui si ritiene protetto chi, in nome di qualche altro Dio, fa attentati e semina terrore in giro: manca in entrambe le categorie di persone la consapevolezza che il giudizio dell’uomo venga prima e valga più del giudizio di Dio, perché se mai tal giudizio ci fosse, esso si manifesterà ex post i nostri misfatti o opere di bene, a testimoniare forse che in questa arena siamo noi a vivere, a noi è data la libertà di agire, sbagliare e anche giudicare ciò che è giusto o sbagliato, non in modo soggettivo ma in modo oggettivo, coerentemente con il fatto che in terra vivono gli uomini tutti, prima e secondo il disegno di qualsiasi Dio.

Alla domanda rivolta a Riina su cosa fosse la mafia non vi è stata risposta anzi, la risposta è stata che il “ragazzo” non aveva mai ritenuto necessario porsi la domanda, a dimostrazione di come nel figlio o nella costola del boss mafioso non vi fosse la consapevolezza di cosa è di dove si stesse vivendo. Questa può essere una metafora da cui dovremmo imparare tanto: alle volte ci si rassegna alla normalità di una circostanza perché è la circostanza in cui siamo cresciuti. Non si ha il coraggio di chiedersi come sarebbe la realtà se si guardassero le cose da un altro punto di vista, magari con gli occhi di chi paga il pizzo o è costretto a vivere sotto scorta, e si hanno difficoltà a riscontrare l’esistenza non tanto della mafia ma anche dell’atteggiamento mafioso, ritenendo che la mafia non esista perché è sempre stato così, perché forse è sempre stato normale un certo modo di agire, è sempre successo che per aprire il negozio in centro il commerciante dovesse prima chiedere il permesso al capo di turno o che le elezioni le vincessero coloro che riuscivano ad elargire più regali ai propri elettori o che il posto in prima fila in chiesa venisse riservato al capo della famiglia mafiosa locale. Ebbene quella non è normalità ma rassegnazione, la rassegnazione di non voler smuovere le cose, mischiata alla paura che cambiarle possa distruggerci. Ogni volta che la rassegnazione vince sul senso di rivalsa uccidiamo dentro di noi Peppino Impastato, ogni volta che si preferisce tacere e acconsentire o che si lascia da solo chi si ribella alla sopraffazione mafiosa, muoiono Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e tutti colore che hanno dato la vita pur di sentirsi liberi di stare dalla parte giusta.

Ieri, dopo l’intervista, in studio c’era il figlio di Vito Schifani, il tenente dei carabinieri morto durante l’attentato a Falcone. Adesso è un agente della guardia di Finanza. Diceva di essere nato con la divisa, e che lui, a differenza del figlio di Totò Riina, un padre lo aveva avuto, che era stato un eroe e che gli aveva trasmesso realmente i valori della famiglia e della giustizia. Mi è subito venuto in mente il personaggio inventato del film il capo dei capi, l’agente Schiró, quello che nel film viene designato nel ruolo di antagonista al buon capo Totò. Tanti, all’epoca della prima trasmissione in TV della serie, esaltavano le gesta di ziu Totò, mentre ritenevano un infame il suo ex amico poi diventato Finanziere. Forse in noi manca la consapevolezza che non è tanto ciò che viene trasmesso in TV ad essere giusto o sbagliato ma il modo in cui esso viene presentato e sopratutto il modo in cui noi interpretiamo ciò che guardiamo. Non bisogna mai dimenticare che quello che film e trasmissioni varie ci mostrano non è la stessa realtà che hanno vissuto i protagonisti di quelle storie, buoni e cattivi che siano stati. Forse bisogna sempre guardare certe cose con un libro di storia accanto perché tra TV e libro la differenza è che nel primo caso ci viene data un’immagine della realtà così come il regista l’ha immaginata e costruita, senza avere il tempo di pensarne una diversa. Con i libri invece si ha la possibilità e il tempo di giudicare e criticare quanto letto ma soprattutto di costruire noi l’immagine della realtà, e se il caso di buttare il libro nella raccolta carta, cosa che farei io se mi trovassi quel libro in qualche pacco regalo. Ciò che in ogni caso, e forse dopo la trasmissione di ieri ancor di più vale come un dato di fatto, è che Porta a Porta continua ad essere una trasmissione del cazzo, Bruno Vespa dovrebbe passare direttamente all’ospizio, ovvero dove i suoi pareri non possano più nuocere alle generazioni future e che la mafia è stata, è e rimarrà sempre, in ogni luogo e in ogni modo essa di manifesti, una grandissima montagna di merda.

 

Giuseppe Papaleo

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L'Autore

Giuseppe Papaleo, nato a Ragusa nel 1992. Studia Economia presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca, in cui ha svolto e svolge tutt’ora attività di rappresentanza. Segretario del “Circolo Universitario A. Greppi” dei Giovani Democratici di Milano. Iscritto al Partito Democratico.

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